La Passeggiata della Legalità 

Di Adja Fall e Bianca Piombino

26/5/2026

I ragazzi di 10 classi della scuola secondaria “G.Mazzini”, tra prime e seconde, hanno partecipato alla Passeggiata della Legalità, un momento conclusivo del progetto che si è basato sulla Costituzione Italiana. 

Durante i mesi scorsi, le classi hanno lavorato sulla legalità, leggendo il libro “La Costituzione in tasca” e lavorando con Lorenzo Piva, dell’associazione Libera. Hanno preparato del materiale (poesie, scritte, disegni) per rielaborare quello che hanno fatto.

Quindi, il 21/5 sono partiti per un viaggio attraverso i luoghi della Legalità di Castel San Giovanni.
Il tragitto della passeggiata ha toccato le seguenti tappe:

1.L’angolo della Legalità (presso la biblioteca del plesso “G. Mazzini”)

2.Campo Giochi dedicato ai gemelli Asta, vittime della strage di Pizzolungo

3.Il Comune di Castel San Giovanni, in piazza XX Settembre 

4.L’albero della Legalità, la quercia “Nonna Speranza” in via Carlo Manzella.

Le classi hanno camminato con uno striscione, sul quale è stampata la scritta:  “Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini.” È una frase di Giovanni Falcone che riassume bene il senso della Memoria e della Legalità.

Anche le classi quarte della primaria, il giorno 20/5, hanno fatto visita alla quercia “Nonna Speranza” e portato i loro lavori.

Per noi delle medie, è stata una passeggiata molto significativa, ci ha fatto molto piacere trovare i disegni dei bambini della scuola primaria, inoltre abbiamo scoperto che a Castel San Giovanni abbiamo un meraviglioso monumento alla legalità vivo di cui dobbiamo prenderci cura!

Gita a Camogli e San Fruttoso 

Di Lakha Giulia e Stanojevic Sara

26/05/2026

Nella soleggiata mattinata del 18 maggio, le classi 3E, 3D e 3F della scuola “G. Mazzini” si sono ritrovate, verso le ore 7.00 in piazza Olubra, pronte per partire alla volta di Camogli. Nonostante l’orario, eravamo tutti entusiasti e pieni di energia per la giornata che ci aspettava. Dopo aver sistemato zaini e giacche nell’autobus, il viaggio ebbe inizio. Il tragitto durò circa tre ore e trascorse tra chiacchiere, musica, risate e momenti di riposo. Durante il viaggio, facemmo anche una breve sosta in un autogrill, dove potemmo sgranchirci le gambe e comprare qualcosa da mangiare o da bere prima di ripartire. Poco dopo, finalmente, arrivammo in Liguria, a Camogli, un piccolo borgo affacciato sul mare, famoso per le sue case colorate e il suo panorama suggestivo.

Ad attenderci c’era la guida, Francesca, che ci accompagnò durante tutto il percorso di trekking nel parco naturalistico di Portofino. Fin dai primi passi, ci spiegò molte curiosità sulla zona, raccontandoci la storia del territorio, della vegetazione e dei sentieri del parco naturale. Durante il cammino potemmo osservare panorami spettacolari sul mare e immergerci completamente nella natura.

Anche se in alcuni punti il percorso era un po’ faticoso, continuammo tutti con entusiasmo, aiutandoci a vicenda e godendoci l’esperienza. Lungo il sentiero, Francesca ci mostrò diverse particolarità del luogo, spiegandoci come in passato  quei percorsi e quei terrazzamenti venissero utilizzati dagli abitanti della zona e dai pescatori. Ascoltammo con interesse le sue spiegazioni e approfittammo delle pause per scattare fotografie al paesaggio. Il trekking fu quindi non solo un’attività sportiva, ma anche un’occasione per imparare cose nuove e stare insieme all’aria aperta. Dopo il lungo percorso, raggiungemmo finalmente la spiaggia di San Fruttuoso, un luogo molto suggestivo circondato dal verde e dal mare cristallino.

Qui ci siamo rilassati facendo il pranzo al sacco tutti insieme sulla spiaggia. Grazie alla splendida giornata di sole, molti di noi decisero anche di fare il bagno in mare, nonostante l’acqua fosse ancora piuttosto fresca. Tra tuffi, giochi e risate, quel momento fu sicuramente uno dei più divertenti della giornata. Successivamente, visitammo la famosa chiesa presente a San Fruttuoso, osservando con attenzione la sua particolare posizione affacciata direttamente sulla spiaggia. Francesca ci raccontò alcune curiosità storiche anche su questo luogo, rendendo la visita ancora più interessante.

Restammo colpiti dalla bellezza del paesaggio e dall’atmosfera tranquilla che si respirava in quel piccolo angolo di Liguria. Nel pomeriggio, concludemmo la nostra esperienza con un breve tragitto in traghetto che ci riportò a Camogli. Durante il viaggio, potemmo ammirare ancora una volta la costa, le scogliere e il mare, osservando il panorama mozzafiato. Stanchi ma felici, risalimmo poi sull’autobus per tornare a casa. La gita è stata un’esperienza molto divertente e istruttiva, che ci ha permesso di trascorrere una giornata diversa dal solito insieme ai compagni e agli insegnanti, scoprendo nuovi luoghi e creando bellissimi ricordi da conservare nel tempo.

Un anno di musica con il Gruppo Vocale e Strumentale del plesso “G.Mazzini”

Di Alexandra Negrea

21/5/2026

Da quando abbiamo iniziato il corso musicale con il professor Cirinnà, abbiamo fatto diverse esibizioni: vi parlerò in particolare di quelle del 20, 25 aprile e 9 maggio.

Il 20 aprile siamo andati prima a Ostiano, dove si è esibita una nostra compagna come solista ed è stata un’esperienza bellissima della quale possiamo essere fieri, perché vedere una di noi arrivare a fare un concorso come solista e ottenere un ottimo piazzamento (3° posto), è sicuramente una cosa della quale possiamo essere orgogliosi (ed infatti lo siamo). Successivamente, abbiamo continuato la nostra giornata andando a Ca’ de Mari, dove ci siamo esibite nella scuola primaria come Gruppo Vocale. Abbiamo cantato i brani “Dona Nobis Pacem”, “Sambalelè”, “Caccia siciliana” e “La formica” e, anche se potrebbe sembrare il contrario, per noi il tempo è passato in fretta. Una volta finita la nostra esibizione, ci siamo fermati a osservare quella delle altre scuole e per noi, sentire altri gruppi cantare, è stato molto utile per confrontarci con altre realtà musicali che magari hanno anche più esperienza di noi. Nonostante siamo andate con lo scopo di vedere come fossero le altre scuole a livello di musica, siamo riuscite ad arrivare prime, che è un bellissimo traguardo perchè, per arrivare fino a lì, abbiamo lavorato molto.

Il 25 aprile, siamo andati invece a Sarmato, per eseguire dei brani per la festa della Liberazione. In questo caso, invece, siamo andati anche con il gruppo strumentale che ci ha accompagnato mentre cantavamo. Abbiamo eseguito i brani “Blowin’ in the wind” e “Il mio nome è mai più” ed entrambi hanno avuto delle parti cantate da solisti. Per questi brani, abbiamo lavorato con il professor Valiante e dei ragazzi di Sarmato che si sono rivelati veramente bravissimi e che, nel complesso, hanno svolto un bellissimo lavoro.

Il 9 maggio, invece, siamo andati a ritirare il primo premio del concorso “Enrico Arisi”, una storica competizione dedicata ai giovani musicisti che ha sede in provincia di Cremona e che è dedicata al celebre trombettista solista Enrico Arisi. Una volta arrivate, abbiamo fatto riscaldamento vocale e, dopo un po’, ci siamo esibite con i brani “Dona Nobis Pacem” e “Sambalelè”. Una volta iniziato il secondo brano, è diventato tutto più bello di prima: il pubblico che ci stava ascoltando è diventato silenzioso, eravamo solo noi e il nostro brano, e una volta finito, gli applausi non terminavano più. E’ stato magnifico perché ci ha inizialmente fatto provare un po’ di ansia, poi però, mentre stavamo sentendo più di 300 persone applaudire per noi, abbiamo capito che avevamo raggiunto un traguardo al quale non tutti riescono ad arrivare.

Al ritorno il prof. si chiedeva se ne fosse valsa la pena fare tutto quel viaggio per soli 5 minuti di esibizione e la risposta per noi è ovvia: sì. Non sono stati solo 5 semplici minuti di canto, sono stati 5 minuti che ci hanno fatto capire che tutto il lavoro svolto da quando è iniziato il corso fino ad oggi ha dato i suoi frutti, tutta la fatica si è ripagata. 

Siamo tutte quante fiere di aver partecipato a queste esibizioni e in generale di far parte del Gruppo Vocale della scuola.

Intervista a Filippo Grassi, ex calciatore di Serie A

Di Leonardo Cantoni

26/5/2026

Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare uno sportivo, ex calciatore di serie A, Filippo Grassi, e gli abbiamo chiesto dello sport, del lavoro e della vita. Buona lettura!

D: Filippo, lei ha giocato nel Piacenza giovanile quando era in Serie A, ci racconti meglio la sua esperienza.

Filippo Grassi, 2015, Sarmatese

R: Ho avuto la fortuna di entrare nel settore giovanile del Piacenza Calcio all’età di 14 anni, proprio nel periodo in cui il Piacenza esordiva in Serie A. Sono stati anni bellissimi, vissuti interamente nelle giovanili biancorosse fino ad arrivare alla Primavera. Apro una piccola parentesi: la nostra è stata l’unica squadra Primavera del Piacenza a qualificarsi alle finali nazionali, entrando tra le prime otto d’Italia e superando quella che, fino ad allora, era considerata la fortissima Primavera dei fratelli Filippo Inzaghi e Simone Inzaghi. Del resto, nella nostra squadra giocavano talenti del calibro di Alberto Gilardino. Sono stati anni straordinari, culminati con l’aggregazione alla Prima Squadra, che in quel periodo militava stabilmente in Serie A. Ho avuto l’opportunità di disputare numerose amichevoli con i grandi, pur senza arrivare alla convocazione in panchina o all’esordio ufficiale. Ma non ho rimpianti: in quegli anni il livello era altissimo e c’erano davvero tanti giocatori di grande valore.

D: Filippo, ci dica quale soprannome le davano i suoi compagni quando giocava.

R: Beh, diciamo “Pippo Grassi” quel soprannome che nasce nello spogliatoio e poi ti rimane appiccicato per decenni. E poi il paragone con Iván Córdoba (ex giocatore dell’Inter) non è mica male: rapidità, aggressività, uno che compensava centimetri con tempismo e intensità. Era famoso proprio per esplosività e cattiveria agonistica più che per l’aspetto fisico da corazziere.

D: Lei, ha giocato anche in altre squadre prima di andare a Piacenza e anche dopo?

R: Ho iniziato a calcare i primi campi da calcio nella scuola calcio del mio paese, Castel San Giovanni, che ai tempi si chiamava Audax. Abbiamo disputato bei campionati: la nostra annata, la classe 1980, era davvero molto forte. Eravamo tutti ragazzi del paese, cresciuti a pane e pallone. Poi si è aperta la parentesi con il Piacenza Calcio 1919, durata ben otto anni, prima di continuare il mio percorso su tanti altri campi e in diverse categorie: dai semiprofessionisti, con quella che allora era la storica Serie D, fino a tutte le categorie del calcio dilettantistico. Ho giocato fino a 39 anni, poi ho deciso di appendere le scarpe al chiodo, anche a causa del periodo del Covid, che aveva fermato i campionati. In quel momento ho capito che era arrivato il momento di chiudere un capitolo importante della mia vita.

Squadra giovanile del Piacenza, stagione 1995/96

D: E’ vero che lei ha incontrato Luciano Spalletti, (l’attuale allenatore della Juventus) quando lui allenava l’Empoli a inizio carriera?

R: Eh, mi ricordo molto bene anche questo episodio… Eravamo a Empoli per disputare una partita delle finali nazionali di categoria e il nostro allenatore, Maurizio Braghin, che era molto amico di Luciano Spalletti, riuscì a portarlo nei nostri spogliatoi prima dell’inizio della gara per augurarci in bocca al lupo. Poi, da buon toscano, Spalletti non si risparmiò qualche battuta con noi ragazzi… Ah, dimenticavo: ai tempi avevi ancora i capelli!

D: Quale fu la squadra dove ha giocato per la prima volta?

R: Alla tua domanda rispondo: Fidenza. Diciamo che è stata la mia prima vera esperienza al di fuori del contesto in cui avevo militato a Piacenza. All’epoca il Fidenza giocava in Serie D e avevamo tante ambizioni: infatti la rosa era davvero molto forte, con diversi calciatori professionisti scesi di categoria. Lottavamo per salire in C2, purtroppo non siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo, ma resta comunque una bellissima esperienza.

D: Perché ha scelto di non andare avanti a giocare nel Piacenza?

R: Non ho scelto io di lasciare Piacenza. Dopo tanti anni di militanza in quella squadra, è normale che, arrivati a un certo punto, per ovvie ragioni si senta il bisogno di fare un’esperienza altrove, magari andando a farsi le ossa in un contesto diverso, giocando da giovane contro giocatori più grandi e più esperti. Ricordo un aneddoto: durante il mio ultimo anno di Primavera, insieme ad altri due compagni — e in quella stagione eravamo stati tra i migliori per rendimento — ci fu la possibilità di andare al Faenza, che militava in C2, con la formula del prestito. Sarebbe stata un’occasione per confrontarci con il calcio dei grandi e crescere in categoria. Alla fine, però non se ne fece nulla, perché il Piacenza decise di trattenerci per un altro anno in Primavera, aggregandoci nel frattempo alla Prima squadra in Serie A. Oggi ogni tanto mi chiedo come sarebbe andata se avessi preso quella strada: forse la mia carriera avrebbe seguito un percorso diverso

D: Lei ha giocato anche nella Nazionale Italiana dei Geometri, ci racconti meglio la sua esperienza.

R: Essendo geometra iscritto al Collegio dei Geometri di Piacenza, ho avuto la fortuna di partecipare per molti anni al torneo nazionale di calcio a 11 organizzato dai vari collegi provinciali italiani, che ogni anno si svolgeva sulla riviera adriatica. Per noi non era soltanto sport: erano giorni di aggregazione, amicizia e divertimento, vissuti insieme a colleghi accomunati dalla stessa passione per il calcio. La nostra squadra di Piacenza partecipava sempre con grande entusiasmo, accompagnata dal mitico presidente Carlo Fortunati, primo tifoso e vera anima del gruppo. Ricordo con particolare emozione un’edizione del torneo in cui venne organizzata una selezione dei migliori giocatori provenienti dalle diverse province per disputare una partita con la Nazionale Geometri Italiana. Essere convocato tra tanti partecipanti arrivati da tutta Italia fu per me motivo di grande orgoglio e una soddisfazione che porto ancora oggi nel cuore. Conservo ancora il completo di quella partita: non come semplice ricordo sportivo, ma come simbolo di un’esperienza bellissima fatta di passione, amicizia e appartenenza.

D: Che ruolo faceva quando giocava e, se si ricorda quanti gol ha segnato?

Ho iniziato nelle giovanili come il classico stopper: marcatore arcigno, duro sull’uomo, uno di quelli che non mollavano mai l’attaccante. Con il passare degli anni mi sono evoluto nel ruolo di fluidificante di destra, il tradizionale terzino di spinta, sempre pronto ad accompagnare l’azione offensiva e a dare profondità alla squadra. Negli ultimi anni della mia carriera sono poi diventato centrale difensivo, sempre all’interno di una difesa a quattro rigorosamente a zona, che per me rappresentava il vero ABC del calcio. Di gol ne ho segnati pochi, anche perché gli allenatori mi chiedevano quasi sempre di restare dietro: volevano che fossi l’ultimo baluardo davanti al portiere, il punto di equilibrio della squadra. Forse era anche un segno della grande fiducia che riponevano in me. C’è però un gol che non dimenticherò mai. Era la finale degli spareggi per la promozione dalla Seconda alla Prima Categoria. La partita era bloccata, ormai agli sgoccioli, quando proprio io — difensore abituato a restare dietro — mi inventai una rete in area allo scadere. Vincemmo 1-0 e quel gol ci regalò la promozione. Ancora oggi conservo con orgoglio l’articolo pubblicato dal giornale Libertà che raccontava quell’impresa: un ricordo che per me vale molto più di qualsiasi statistica.

Stagione 1995/96, Filippo Grassi con Manuel Lobianco

D: Filippo, ci racconti qualcosa della sua famiglia.

R: La mia famiglia è il mio porto sicuro. Flavia, con la sua forza e la sua dolcezza, e Leonardo, con i suoi 13 anni pieni di sogni, energia e meraviglia, riescono a rendere ogni giorno della mia vita più autentico, più ricco e infinitamente più bello. Non sono una persona di grandi parole, e spesso faccio fatica a esprimere davvero quanto bene voglia a entrambi. Cerco però di dimostrarlo ogni giorno, con la mia presenza, stando accanto a loro e facendo tutto ciò che posso perché non gli manchi mai nulla. E forse è proprio questo il mio modo di amare. Per fortuna ci sono loro con me: sono la mia forza, il mio equilibrio e la parte più importante della mia vita.

D: Cosa le piace fare nel tempo libero?

R: Devo dire che in passato, nel mio tempo libero, mi piaceva fare parecchio sport e dedicarmi a diverse attività fuori casa. Ora però non sento più questa esigenza nello stesso modo. Col tempo le mie priorità sono cambiate e oggi preferisco dedicare il mio tempo libero soprattutto alla mia famiglia. Mi piace trascorrere momenti con loro, fare attività insieme oppure semplicemente restare a casa in tranquillità, condividendo la quotidianità. Non sento il bisogno di andare altrove senza di loro, né tanto meno di organizzare attività separate. Per me è importante vivere il tempo libero come un’occasione per stare insieme e godersi le cose semplici di ogni giorno.

D: Che cosa voleva diventare da grande quando era bambino?

Se devo essere onesto, non ho mai avuto grandi ambizioni nel senso classico del termine, né il desiderio preciso di diventare qualcuno in particolare. Da ragazzo, come molti, l’idea che mi affascinava di più era quella forse di diventare un calciatore di Serie A: era il sogno più immediato, quello che sembrava più concreto e accessibile nella mia immaginazione. Col tempo ho continuato a coltivarlo, almeno in parte, e posso dire che in qualche modo ci sono anche arrivato vicino, più di quanto succeda alla maggior parte delle persone. Poi la vita ha preso altre direzioni e quel tipo di obiettivo ha perso centralità, lasciando spazio a un modo diverso di vedere le cose, meno legato a grandi traguardi e più alla realtà quotidiana.

D: Quale lavoro fa attualmente e, che cosa apprezza o non apprezza di esso?

R: Attualmente svolgo la professione di Tecnico Facility Management presso il Gruppo FBH, per conto di un importante General Contractor attivo nello sviluppo di immobili ad uso logistico. Il mio percorso professionale nasce come geometra, con la gestione di uno Studio Tecnico di progettazione, per poi evolversi nel ruolo di Direttore Tecnico in ambito immobiliare, occupandomi dello sviluppo di costruzioni residenziali e non nelle province di Piacenza e Pavia. Oggi mi occupo di un’attività che considero particolarmente stimolante e dinamica, in quanto combina aspetti sia d’ufficio sia operativi di cantiere, garantendo varietà e continuità di sfide tecniche. È un lavoro che sento molto mio e che, ad oggi, non presenta particolari aspetti negativi dal punto di vista professionale. Se dovessi individuare un unico elemento migliorabile, non riguarda il lavoro in sé, ma alcune dinamiche interne legate alla collaborazione con colleghi che, talvolta, non dimostrano adeguata competenza o proattività. Tuttavia, si tratta di una condizione che rientra nei normali contesti organizzativi complessi, come la nostra azienda e difficilmente modificabile.

D: Cosa pensa del calcio oggi? Secondo lei, quali sono gli aspetti negativi e, come si potrebbe fare per migliorarli?

R: Purtroppo il calcio di oggi è molto diverso da quello con cui sono cresciuto, soprattutto per i valori che mi ha trasmesso nel corso degli anni. Per me non è mai stato soltanto uno sport: è stata una vera scuola di vita, fatta di sacrificio, rispetto, appartenenza, amicizia e condivisione. Attraverso il calcio ho imparato tanto, non solo come atleta ma soprattutto come persona. Io ho dato molto a questo mondo, in termini di passione, impegno e dedizione, ma allo stesso tempo il calcio ha dato tantissimo anche a me, lasciandomi insegnamenti ed emozioni che porterò sempre dentro. Oggi, però, faccio fatica a riconoscermi nel calcio moderno. Lo seguo molto meno e, in parte, me ne sono allontanato volutamente, perché vedo un ambiente cambiato profondamente rispetto a quello che ho conosciuto e amato. Spesso ho la sensazione che certi valori siano passati in secondo piano, sostituiti da interessi diversi che mi appartengono poco. Probabilmente ci sarebbero tante cose da cambiare, ma con il tempo ho capito che non si può cambiare il mondo da soli. Per questo preferisco custodire il ricordo del calcio che ho vissuto davvero, quello che mi ha formato e che, nel bene e nel male, ha contribuito a rendermi la persona che sono oggi.

Ringraziamo Filippo Grassi per la disponibilità e per averci aperto una porta sulla sua esperienza professionale ma anche di vita. 

Le gare di atletica leggera ai Giochi Sportivi Studenteschi 2026 delle classi prime

Di Entony Shabani, Vittoria Imperio, Sofia Leone, Benedetta Morzetta, Jessica Saliu 

26/5/2026

Le gare di atletica leggera delle classi prime delle scuole “G. Mazzini” e “G. Moia” si sono svolte giovedì 30 Aprile 2026.  Alle ore 8.00 siamo entrati a scuola come al solito; passate due ore scolastiche in aula, ci siamo recati a piedi al campo sportivo Soressi, dove si sarebbero svolte le gare di atletica leggera. 

Arrivati, ci siamo subito andati a cambiare negli spogliatoi e poi, dopo aver aspettato il nostro turno in tribuna, è finalmente arrivato il momento di gareggiare e divertirci. Avevamo potuto scegliere di partecipare a più gare: i 60 metri (velocità), i 600 metri (resistenza), il lancio del vortex, il getto del peso, il salto in lungo, la staffetta. 

I 60m sono stati vinti da Diego Pjeci di 1B e quelli femminili da Adele Farronato di 1G; nella gara dei 600 m maschili si è guadagnato il primo posto Filippo Rancati di 1A, la gara femminile è stata vinta da Anita De Luca di 1C.

Successivamente, nel lancio del vortex femminile, ha vinto La Macchia Giorgia di 1G e, nella gara maschile, Luca Civardi di 1A (di Sarmato). Il getto del peso maschile è stato vinto da Dyfekciu Dritlind di 1D e quello femminile da Ciss Rokaia di 1D. Quando si è svolto il salto in lungo, si sono meritati i primi posti Nikolas Hariuc (maschile) e Gallerati Cecilia (femminile). Nella staffetta, le classi che hanno vinto sono state, in questo ordine: 1E, 1F, 1A.

Quando la giornata si è conclusa, siamo tornati a casa felici e soddisfatti di aver dato il meglio di noi pur essendo un po’ esausti. Ringraziamo la scuola per questa esperienza che ha fatto uscire il meglio di noi. 

Un laboratorio di fotografia per inquadrare la realtà 

di Valentina Lakha 

26/5/2026

Il laboratorio di fotografia che si è svolto durante gli incontri di redazione del giornalino d’istituto e tenuto da Massimo Bersani, è stato, per me, un’esperienza significativa sia dal punto di vista formativo sia da quello personale. Fin dall’inizio ho apprezzato il suo modo di condurre l’attività: spiegava con chiarezza, si fermava ogni volta che era necessario e si assicurava che tutti avessero compreso i concetti prima di procedere. Questo atteggiamento ha creato un clima sereno, in cui era facile seguire la lezione e sentirsi coinvolti.

Uno degli aspetti più interessanti del laboratorio è stato il lavoro sulla prospettiva. Abbiamo scattato diverse fotografie e poi le abbiamo confrontate tra loro, osservando come il punto di vista potesse modificare completamente la percezione dell’immagine.

Guardare la stessa scena da angolazioni diverse mi ha fatto capire quanto la fotografia non sia mai neutrale: ogni scelta, l’altezza da cui si scatta, la distanza, l’inquadratura, cambia il messaggio che l’immagine trasmette. Questo mi ha insegnato a guardare le cose da un’altra prospettiva, non solo in senso fotografico, ma anche nella vita quotidiana. Mi è sembrata un’esperienza utile perché mi ha fatto riflettere su quanto sia facile interpretare la realtà in modi diversi a seconda del punto di vista.

Capire questo meccanismo aiuta a essere più consapevoli, soprattutto oggi, in un mondo in cui le immagini circolano velocemente e possono influenzare l’opinione delle persone. Un altro elemento che ho apprezzato molto è stato il coinvolgimento diretto. Bersani non si limitava a spiegare, ma ci faceva partecipare attivamente, chiedendoci opinioni e assegnando piccoli compiti pratici.

Tra questi, uno dei più interessanti è stato realizzare una foto “positiva” e una “negativa”, per capire come un’immagine possa trasmettere emozioni opposte pur rappresentando magari la stessa scena. Questo esercizio mi ha fatto comprendere quanto la fotografia sia un linguaggio vero e proprio, capace di comunicare sensazioni, giudizi e interpretazioni. Nel complesso considero questo laboratorio un’esperienza preziosa. Mi ha permesso di acquisire nuove competenze tecniche, ma soprattutto mi ha insegnato a osservare la realtà con maggiore attenzione e consapevolezza. Credo che ciò che ho imparato non mi servirà solo a scattare fotografie migliori, ma anche a interpretare in modo più critico le immagini che vedo ogni giorno. Per questo ritengo che il tempo trascorso con Massimo Bersani sia stato davvero utile e formativo. 

Intervista impossibile a … Elisabetta I

Di Caterina Ferrara

12\05\2026

Siete pronti ad ascoltare un’intervista impossibile ad una famosa grande donna che ha segnato la storia?
Vi farò fare un salto nel passato per chiacchierare con la grande Elisabetta I Tudor! Buona lettura!


D: Buongiorno maestà. Com’è essere la regina più importante d’Europa?

Immagine generata con IA di Canva

R: Essere la regina più importante dell’Europa è un ruolo molto significativo perché ho capito che tutto il mio lavoro, anche se faticoso, è stato riconosciuto. Inoltre, me ne vanto un pochino perchè questo riconoscimento non lo ha avuto Filippo II di Spagna, il mio più grande nemico! 

D: Che rapporto ha con suo padre Enrico VIII?

R: Il rapporto tra me e mio padre, Enrico VIII, è stato complesso e distante, soprattutto per colpa dell’esecuzione di mia madre, Anna Bolena, che fu ordinata da mio padre nel 1536. Questo mi rese  illegittima e causò il mio allontanamento dalla corte. Nonostante ciò, di mio padre ho molta ammirazione, ne ho ereditato il carattere forte e ho rivendicato con orgoglio la sua discendenza inglese. Sono stata tenace, anche nei momenti difficili e anche grazie a questo sono diventata regina.

D: Perché non si è mai sposata?

R: Non mi sono sposata per più motivi: il primo è che, se mi fossi sposata il mio regno sarebbe andato nelle mani di mio marito e non volevo diventare la sua “pedina”, il regno era MIO. Inoltre, avevo molta paura del parto. Infine, avevo degli esempi di matrimonio davvero tragici, basta pensare alla sorte di mia mamma. 

D: Aveva qualche pretendente? Qualche favorito?

R: Forse Robert Dudley, conte di Leicester. Ma comunque, io sono stata sposata con il mio regno.

D: Parliamo di guerre: se l’Invincibile Armata fosse arrivata a sconfiggere il suo regno, si sarebbe sentita in colpa? Cosa avrebbe detto al tuo popolo?

R: Certamente, mi sarei sentita molto in colpa, perchè io ero la regina e io avevo il compito di preparare e difendere al meglio il mio regno. In effetti, non so cosa avrei   detto al mio popolo in caso di sconfitta, non ero abituata a perdere… beh tanto non è servito! 

D: Cosa ne pensa del Regno Unito di oggi?

R: Anche se oggi non è più un grande impero, si difende ancora bene. Mi ha resa orgogliosa la sua storia. Anche se non è più l’ “Età dell’oro” di quando c’ero io!

Grazie regina per la sua disponibilità, ci ha fatto fare un tuffo nella storia.

Il disastro di Chernobyl 40 anni dopo

Di Federico Maiocchi

14/5/2026

“Chernobyl” è un nome che suscita preoccupazione, anche a distanza di 40 anni. Il disastro di Chernobyl ha stravolto la percezione del pericolo nucleare, trasformando un rischio tecnologico in un’ansia globale, poiché le radiazioni sono invisibili, inodori e i loro effetti sulla salute sono a lungo termine. La nube radioattiva arrivata nei primi giorni di maggio 1986, 40 anni fa, generò un clima di quasi apocalisse nella penisola Italiana. Questo stato di panico, unito ai divieti di consumo di verdure fresche e latte, spinse l’opinione pubblica a una netta rottura, che ha portato all’abbandono dell’energia nucleare tramite il referendum del 1987. Ma vediamo come si sviluppò l’incidente.

La città di Pripyat

Ore 1:23:40 del sabato 26 aprile 1986, centrale nucleare di Chernobyl, URSS

In questo momento il reattore 4 RBMK-1000 della centrale nucleare di Chernobyl è in stato critico. Uno dei dipendenti di questo turno, aziona l’arresto d’emergenza del reattore ma ormai è troppo tardi: la grafite è già in fiamme.

Ore 1:23:45

Un boato fortissimo. Il nocciolo del reattore 4 contenente l’uranio è esploso. Il tetto pesante 20000 quintali è stato scoperchiato. Dosi letali di radiazioni si stanno disperdendo nell’aria.

Ore 1:29

Arrivano i primi pompieri. Non sono attrezzati per l’evenienza e quindi molti muoiono. 

Ore 5:00

Dopo l’arrivo delle unità dei pompieri di Pripyat e di Kiev (e molti altri morti) l’incendio è finalmente spento. Ma le radiazioni continuano a disperdersi.

Ore 9:00/12:00 

I ragazzi di Pripyat vanno a scuola come sempre. Nessuno sa ancora niente, perché l’Unione Sovietica cerca di nascondere tutto. Alcuni bambini cominciano a stare male e quindi tutti vanno a casa (prima di uscire gli insegnanti hanno dato ai bambini delle compresse di ioduro di potassio, che evita che il corpo assorba l’isotopo radioattivo iodio-135).

Il reattore 4 esploso

Dopo alcuni giorni la popolazione di Pripyat viene evacuata tramite 1500 pullman. Gli viene detto che sarebbero ritornati entro 3 giorni, così non si sarebbero portati gli elettrodomestici (il governo dell’URSS sapeva che gli abitanti non sarebbero tornati presto nelle loro case). Intanto vengono mandati i liquidatori, lavoratori comuni che avevano i seguenti compiti:

  • Ripulire dal tetto del reattore 4 le macerie buttandole nella voragine sottostante (spesso lavoravano per meno di 2 minuti per non rischiare la morte per le radiazioni).
  • Gli elicotteristi buttavano boro e sabbia nel reattore per spegnere definitivamente l’incendio.
  • Costruire il sarcofago per il contenimento delle radiazioni.
  • L’abbattimento degli alberi della foresta circostante.

Ci sono stati anche 3 liquidatori eroici, che sono andati nella sala valvole (sommersa da acqua radioattiva) per drenare l’acqua presente.

Il sarcofago del reattore 4

Oggi il reattore 4 RBMK-1000 di Chernobyl è situato all’interno di un sarcofago progettato per durare 100 anni. La città di Pripyat, situata in Ucraina, a circa 3 km dalla centrale nucleare di Chernobyl, è una città fantasma. Fondata nel 1970 come città modello per ospitare i lavoratori della centrale, fu evacuata il 27 aprile 1986, all’indomani del disastro nucleare. Al momento dell’evacuazione, contava quasi 50.000 abitanti con un’età media di soli 26 anni. Oggi l’area è disabitata, ma è diventata una meta per il turismo. La flora è la fauna rimaste si sono adattate e sono mutate geneticamente (dato che ci abitano pochissime persone, quella di Chernobyl è la riserva naturale più grande d’Europa). Qui arrivavano tanti turisti (fino allo scoppio della guerra Russia-Ucraina, durante la quale, recentemente, un drone avrebbe bucato il sarcofago). Infine, dei robot appesi al sarcofago, hanno il compito di eliminare le scorie nucleari.

La Costituzione Italiana… in tasca

Di Adja Fall e Bianca Piombino

Data 14/05/26

Il giorno 28 febbraio, con la nostra classe 1 A, abbiamo iniziato a riflettere e a lavorare sulla Costituzione Italiana nel percorso di Educazione Civica sulla Legalità. Prima di tutto, abbiamo iniziato a leggere un interessante libro: “La Costituzione in tasca”. Parla di due ragazzini di nome Emma e Giovanni che iniziano ad appassionarsi alla Costituzione. Nel libro è anche coinvolto Piero Calamandrei, detto “Uno dei padri”, che fu tra le persone che scrissero il testo della Costituzione. 

Abbiamo iniziato a lavorare su diversi Articoli e, tra i nostri preferiti ci sono l’Art.2 che parla dei diritti e dei doveri che può e che deve svolgere il cittadino e l’Art.34 che riguarda il diritto dei cittadini di andare a scuola.  Per rielaborare l’Art.2, abbiamo inventato dei segnali stradali che avrebbero dovuto migliorare la vita delle persone. Per l’Art.34,  basandoci sulla poesia “Promemoria” di Gianni Rodari, abbiamo scritto un testo a gruppi, scrivendo cosa ognuno di noi deve ricordarsi di fare o non fare ogni giorno. Il 13 e 24 aprile abbiamo lavorato in classe con Lorenzo Piva dell’associazione Libera di Piacenza. Con lui abbiamo discusso sull’omertà, sulla mafia e sulle sue vittime. Ma abbiamo parlato anche del coraggio, così con la professoressa Antoniotti abbiamo deciso di scrivere l’articolo 12 bis, da inserire nei principi fondamentali della Costituzione, che parla dell’importanza del coraggio. Infine, abbiamo costruito una valigia per raccogliere i lavori di tutti i ragazzi di prima e seconda che hanno svolto lo stesso progetto: ci avrebbe accompagnato nella passeggiata della Legalità per poi essere lasciata in Comune, per il sindaco della nostra città.

Ci è piaciuto molto questo progetto, sarebbe molto bello riproporlo anche i prossimi anni.

Gita al castello di Rivalta 

di Valentina Lakha   

21\05\2026

Mercoledì 06 maggio 2026, la nostra classe ha partecipato ad una gita che aveva come metà il castello di Rivalta, sulle rive del fiume Trebbia, presso il paese di Gazzola. Siamo partiti al mattino e, una volta arrivati, le guide ci hanno  accompagnati all’interno per iniziare la visita. La prima tappa è stata la sala del biliardo, un ambiente elegante e ben conservato. Subito dopo siamo scesi nella cantina, dove un tempo venivano tenuti i cavalli e si produceva il vino. Le spiegazioni della guida ci hanno aiutato a immaginare la vita quotidiana dell’epoca. Successivamente, abbiamo raggiunto il punto in cui, secondo la tradizione, venivano gettate le persone nel fossato come punizione per reati commessi. Da lì, siamo saliti sulla torre: la salita era impegnativa, ma il panorama dall’alto era davvero suggestivo.

Una volta scesi, siamo tornati nella sala da biliardo per porre alcune domande e approfondire ciò che avevamo visto. La parte più interessante è stata la visita alla stanza dell’armeria. Ci hanno mostrato diverse armi e strumenti da combattimento: la balestra, l’ascia, il martello, lo scudo, l’armatura ad anelli ed il giubbotto che veniva indossato sopra l’armatura. Ci hanno spiegato come venivano utilizzati e quali funzioni avevano. Terminata la spiegazione, siamo andati nel giardino per pranzare. Dopo la pausa, abbiamo giocato per qualche minuto insieme e poi le due classi si sono divise: la 1C ha provato il tiro con l’arco, mentre la 1 F è andata in una stanza a svolgere alcuni giochi antichi. Alla fine del turno, abbiamo fatto cambio. Io ho iniziato con il tiro con l’arco e, al momento del cambio, ci siamo seduti a terra e abbiamo ascoltato la spiegazione sui giochi da taverna e sui trucchi con cui il signore del castello ingannava gli avversari. Abbiamo anche provato alcuni di questi giochi. Alla fine della visita, le insegnanti ci hanno proposto di andare in un negozio vicino per acquistare un souvenir. Dopo questa breve pausa siamo tornati al pullman e siamo ripartiti. Siamo arrivati a casa verso le 16,30, stanchi ma soddisfatti di una giornata ricca di attività e scoperte. In conclusione, questa gita ci ha permesso di conoscere da vicino aspetti della storia che spesso vediamo solo nei libri. Camminare nelle stanze del castello, osservare le armi da vicino e ascoltare i racconti delle guide ha reso tutto più reale e coinvolgente. Anche le attività pratiche, come il tiro con l’arco e i giochi antichi, hanno contribuito a rendere la giornata più dinamica. È stata un’esperienza utile non solo per imparare, ma anche per stare insieme in un contesto diverso dalla scuola. Una giornata intensa, completa e sicuramente da ricordare.