Intervista a Filippo Grassi, ex calciatore di Serie A

Di Leonardo Cantoni

26/5/2026

Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare uno sportivo, ex calciatore di serie A, Filippo Grassi, e gli abbiamo chiesto dello sport, del lavoro e della vita. Buona lettura!

D: Filippo, lei ha giocato nel Piacenza giovanile quando era in Serie A, ci racconti meglio la sua esperienza.

Filippo Grassi, 2015, Sarmatese

R: Ho avuto la fortuna di entrare nel settore giovanile del Piacenza Calcio all’età di 14 anni, proprio nel periodo in cui il Piacenza esordiva in Serie A. Sono stati anni bellissimi, vissuti interamente nelle giovanili biancorosse fino ad arrivare alla Primavera. Apro una piccola parentesi: la nostra è stata l’unica squadra Primavera del Piacenza a qualificarsi alle finali nazionali, entrando tra le prime otto d’Italia e superando quella che, fino ad allora, era considerata la fortissima Primavera dei fratelli Filippo Inzaghi e Simone Inzaghi. Del resto, nella nostra squadra giocavano talenti del calibro di Alberto Gilardino. Sono stati anni straordinari, culminati con l’aggregazione alla Prima Squadra, che in quel periodo militava stabilmente in Serie A. Ho avuto l’opportunità di disputare numerose amichevoli con i grandi, pur senza arrivare alla convocazione in panchina o all’esordio ufficiale. Ma non ho rimpianti: in quegli anni il livello era altissimo e c’erano davvero tanti giocatori di grande valore.

D: Filippo, ci dica quale soprannome le davano i suoi compagni quando giocava.

R: Beh, diciamo “Pippo Grassi” quel soprannome che nasce nello spogliatoio e poi ti rimane appiccicato per decenni. E poi il paragone con Iván Córdoba (ex giocatore dell’Inter) non è mica male: rapidità, aggressività, uno che compensava centimetri con tempismo e intensità. Era famoso proprio per esplosività e cattiveria agonistica più che per l’aspetto fisico da corazziere.

D: Lei, ha giocato anche in altre squadre prima di andare a Piacenza e anche dopo?

R: Ho iniziato a calcare i primi campi da calcio nella scuola calcio del mio paese, Castel San Giovanni, che ai tempi si chiamava Audax. Abbiamo disputato bei campionati: la nostra annata, la classe 1980, era davvero molto forte. Eravamo tutti ragazzi del paese, cresciuti a pane e pallone. Poi si è aperta la parentesi con il Piacenza Calcio 1919, durata ben otto anni, prima di continuare il mio percorso su tanti altri campi e in diverse categorie: dai semiprofessionisti, con quella che allora era la storica Serie D, fino a tutte le categorie del calcio dilettantistico. Ho giocato fino a 39 anni, poi ho deciso di appendere le scarpe al chiodo, anche a causa del periodo del Covid, che aveva fermato i campionati. In quel momento ho capito che era arrivato il momento di chiudere un capitolo importante della mia vita.

Squadra giovanile del Piacenza, stagione 1995/96

D: E’ vero che lei ha incontrato Luciano Spalletti, (l’attuale allenatore della Juventus) quando lui allenava l’Empoli a inizio carriera?

R: Eh, mi ricordo molto bene anche questo episodio… Eravamo a Empoli per disputare una partita delle finali nazionali di categoria e il nostro allenatore, Maurizio Braghin, che era molto amico di Luciano Spalletti, riuscì a portarlo nei nostri spogliatoi prima dell’inizio della gara per augurarci in bocca al lupo. Poi, da buon toscano, Spalletti non si risparmiò qualche battuta con noi ragazzi… Ah, dimenticavo: ai tempi avevi ancora i capelli!

D: Quale fu la squadra dove ha giocato per la prima volta?

R: Alla tua domanda rispondo: Fidenza. Diciamo che è stata la mia prima vera esperienza al di fuori del contesto in cui avevo militato a Piacenza. All’epoca il Fidenza giocava in Serie D e avevamo tante ambizioni: infatti la rosa era davvero molto forte, con diversi calciatori professionisti scesi di categoria. Lottavamo per salire in C2, purtroppo non siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo, ma resta comunque una bellissima esperienza.

D: Perché ha scelto di non andare avanti a giocare nel Piacenza?

R: Non ho scelto io di lasciare Piacenza. Dopo tanti anni di militanza in quella squadra, è normale che, arrivati a un certo punto, per ovvie ragioni si senta il bisogno di fare un’esperienza altrove, magari andando a farsi le ossa in un contesto diverso, giocando da giovane contro giocatori più grandi e più esperti. Ricordo un aneddoto: durante il mio ultimo anno di Primavera, insieme ad altri due compagni — e in quella stagione eravamo stati tra i migliori per rendimento — ci fu la possibilità di andare al Faenza, che militava in C2, con la formula del prestito. Sarebbe stata un’occasione per confrontarci con il calcio dei grandi e crescere in categoria. Alla fine, però non se ne fece nulla, perché il Piacenza decise di trattenerci per un altro anno in Primavera, aggregandoci nel frattempo alla Prima squadra in Serie A. Oggi ogni tanto mi chiedo come sarebbe andata se avessi preso quella strada: forse la mia carriera avrebbe seguito un percorso diverso

D: Lei ha giocato anche nella Nazionale Italiana dei Geometri, ci racconti meglio la sua esperienza.

R: Essendo geometra iscritto al Collegio dei Geometri di Piacenza, ho avuto la fortuna di partecipare per molti anni al torneo nazionale di calcio a 11 organizzato dai vari collegi provinciali italiani, che ogni anno si svolgeva sulla riviera adriatica. Per noi non era soltanto sport: erano giorni di aggregazione, amicizia e divertimento, vissuti insieme a colleghi accomunati dalla stessa passione per il calcio. La nostra squadra di Piacenza partecipava sempre con grande entusiasmo, accompagnata dal mitico presidente Carlo Fortunati, primo tifoso e vera anima del gruppo. Ricordo con particolare emozione un’edizione del torneo in cui venne organizzata una selezione dei migliori giocatori provenienti dalle diverse province per disputare una partita con la Nazionale Geometri Italiana. Essere convocato tra tanti partecipanti arrivati da tutta Italia fu per me motivo di grande orgoglio e una soddisfazione che porto ancora oggi nel cuore. Conservo ancora il completo di quella partita: non come semplice ricordo sportivo, ma come simbolo di un’esperienza bellissima fatta di passione, amicizia e appartenenza.

D: Che ruolo faceva quando giocava e, se si ricorda quanti gol ha segnato?

Ho iniziato nelle giovanili come il classico stopper: marcatore arcigno, duro sull’uomo, uno di quelli che non mollavano mai l’attaccante. Con il passare degli anni mi sono evoluto nel ruolo di fluidificante di destra, il tradizionale terzino di spinta, sempre pronto ad accompagnare l’azione offensiva e a dare profondità alla squadra. Negli ultimi anni della mia carriera sono poi diventato centrale difensivo, sempre all’interno di una difesa a quattro rigorosamente a zona, che per me rappresentava il vero ABC del calcio. Di gol ne ho segnati pochi, anche perché gli allenatori mi chiedevano quasi sempre di restare dietro: volevano che fossi l’ultimo baluardo davanti al portiere, il punto di equilibrio della squadra. Forse era anche un segno della grande fiducia che riponevano in me. C’è però un gol che non dimenticherò mai. Era la finale degli spareggi per la promozione dalla Seconda alla Prima Categoria. La partita era bloccata, ormai agli sgoccioli, quando proprio io — difensore abituato a restare dietro — mi inventai una rete in area allo scadere. Vincemmo 1-0 e quel gol ci regalò la promozione. Ancora oggi conservo con orgoglio l’articolo pubblicato dal giornale Libertà che raccontava quell’impresa: un ricordo che per me vale molto più di qualsiasi statistica.

Stagione 1995/96, Filippo Grassi con Manuel Lobianco

D: Filippo, ci racconti qualcosa della sua famiglia.

R: La mia famiglia è il mio porto sicuro. Flavia, con la sua forza e la sua dolcezza, e Leonardo, con i suoi 13 anni pieni di sogni, energia e meraviglia, riescono a rendere ogni giorno della mia vita più autentico, più ricco e infinitamente più bello. Non sono una persona di grandi parole, e spesso faccio fatica a esprimere davvero quanto bene voglia a entrambi. Cerco però di dimostrarlo ogni giorno, con la mia presenza, stando accanto a loro e facendo tutto ciò che posso perché non gli manchi mai nulla. E forse è proprio questo il mio modo di amare. Per fortuna ci sono loro con me: sono la mia forza, il mio equilibrio e la parte più importante della mia vita.

D: Cosa le piace fare nel tempo libero?

R: Devo dire che in passato, nel mio tempo libero, mi piaceva fare parecchio sport e dedicarmi a diverse attività fuori casa. Ora però non sento più questa esigenza nello stesso modo. Col tempo le mie priorità sono cambiate e oggi preferisco dedicare il mio tempo libero soprattutto alla mia famiglia. Mi piace trascorrere momenti con loro, fare attività insieme oppure semplicemente restare a casa in tranquillità, condividendo la quotidianità. Non sento il bisogno di andare altrove senza di loro, né tanto meno di organizzare attività separate. Per me è importante vivere il tempo libero come un’occasione per stare insieme e godersi le cose semplici di ogni giorno.

D: Che cosa voleva diventare da grande quando era bambino?

Se devo essere onesto, non ho mai avuto grandi ambizioni nel senso classico del termine, né il desiderio preciso di diventare qualcuno in particolare. Da ragazzo, come molti, l’idea che mi affascinava di più era quella forse di diventare un calciatore di Serie A: era il sogno più immediato, quello che sembrava più concreto e accessibile nella mia immaginazione. Col tempo ho continuato a coltivarlo, almeno in parte, e posso dire che in qualche modo ci sono anche arrivato vicino, più di quanto succeda alla maggior parte delle persone. Poi la vita ha preso altre direzioni e quel tipo di obiettivo ha perso centralità, lasciando spazio a un modo diverso di vedere le cose, meno legato a grandi traguardi e più alla realtà quotidiana.

D: Quale lavoro fa attualmente e, che cosa apprezza o non apprezza di esso?

R: Attualmente svolgo la professione di Tecnico Facility Management presso il Gruppo FBH, per conto di un importante General Contractor attivo nello sviluppo di immobili ad uso logistico. Il mio percorso professionale nasce come geometra, con la gestione di uno Studio Tecnico di progettazione, per poi evolversi nel ruolo di Direttore Tecnico in ambito immobiliare, occupandomi dello sviluppo di costruzioni residenziali e non nelle province di Piacenza e Pavia. Oggi mi occupo di un’attività che considero particolarmente stimolante e dinamica, in quanto combina aspetti sia d’ufficio sia operativi di cantiere, garantendo varietà e continuità di sfide tecniche. È un lavoro che sento molto mio e che, ad oggi, non presenta particolari aspetti negativi dal punto di vista professionale. Se dovessi individuare un unico elemento migliorabile, non riguarda il lavoro in sé, ma alcune dinamiche interne legate alla collaborazione con colleghi che, talvolta, non dimostrano adeguata competenza o proattività. Tuttavia, si tratta di una condizione che rientra nei normali contesti organizzativi complessi, come la nostra azienda e difficilmente modificabile.

D: Cosa pensa del calcio oggi? Secondo lei, quali sono gli aspetti negativi e, come si potrebbe fare per migliorarli?

R: Purtroppo il calcio di oggi è molto diverso da quello con cui sono cresciuto, soprattutto per i valori che mi ha trasmesso nel corso degli anni. Per me non è mai stato soltanto uno sport: è stata una vera scuola di vita, fatta di sacrificio, rispetto, appartenenza, amicizia e condivisione. Attraverso il calcio ho imparato tanto, non solo come atleta ma soprattutto come persona. Io ho dato molto a questo mondo, in termini di passione, impegno e dedizione, ma allo stesso tempo il calcio ha dato tantissimo anche a me, lasciandomi insegnamenti ed emozioni che porterò sempre dentro. Oggi, però, faccio fatica a riconoscermi nel calcio moderno. Lo seguo molto meno e, in parte, me ne sono allontanato volutamente, perché vedo un ambiente cambiato profondamente rispetto a quello che ho conosciuto e amato. Spesso ho la sensazione che certi valori siano passati in secondo piano, sostituiti da interessi diversi che mi appartengono poco. Probabilmente ci sarebbero tante cose da cambiare, ma con il tempo ho capito che non si può cambiare il mondo da soli. Per questo preferisco custodire il ricordo del calcio che ho vissuto davvero, quello che mi ha formato e che, nel bene e nel male, ha contribuito a rendermi la persona che sono oggi.

Ringraziamo Filippo Grassi per la disponibilità e per averci aperto una porta sulla sua esperienza professionale ma anche di vita. 

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