Nei primi mesi del 2025, la classe terza A ha lavorato, nelle ore di arte, per realizzare dei disegni seguendo la consegna data dal prof. Bernini: avremmo dovuto disegnare un viale alberato in prospettiva con sfondo libero. Vi proponiamo alcuni dei nostri lavori.
Kaur NavneetLuca Pan
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Stefano BocentiSophia CellaJannat MajjatiDavide Villa
La redazione ha incontrato lo scrittore ed esperto ebraista
a cura della redazione
31/3/2025
Noi della redazione de “La voce dell’Olubra” abbiamo incontrato lo scrittore Matteo Corradini. Ci siamo preparati nelle settimane precedenti, leggendo i suoi libri ed esprimendo i nostri commenti e le impressioni. Chi non lo conosceva, ha provato a immaginarselo di persona, dopo aver conosciuto le sue opere, chi lo aveva incontrato in precedenza, ha provato a condividere un suo parere sul suo carattere e sul suo lavoro. Abbiamo anche preparato delle domande che gli abbiamo posto. Ecco la nostra intervista, buona lettura!
D: Ci ha un po’ lasciato in sospeso il finale aperto del libro “Solo una parola”, perché ha deciso di far continuare a noi la storia?
R: Il finale aperto si usa se si vuole scrivere una serie. Non è nella mia intenzione. Quindi, non è un finale aperto. Condivido una cosa con Leonardo Da Vinci: la data di nascita. Avete presente la Gioconda? Come sono le sue gambe? Non si vedono. Possiamo dire che la Gioconda non è finita? No. Non è neppure un quadro aperto. È finita così. Quello che non c’è, se lo immaginano i lettori. Roberto, protagonista del libro “Solo una parola” è davvero esistito, è ispirato a Roberto Bassi, che si è nascosto a Venezia, si è salvato, ha fatto il dermatologo, ha curato la pelle delle persone. Nel libro c’è un ricordo del suo lavoro: la pelle di Lucia con le lentiggini. È morto tre settimane fa. Chi legge il libro, si immagina il finale: io me lo immagino positivo.
D: Sappiamo che è stato chiamato dalla Juventus per fare un intervento sul campo dello Juventus Stadium: ci racconta com’è andata?
R: Gli ultras della Lazio avevano fatto una figurina con la faccia di Anne Frank. Il messaggio, non nuovo, era: “Voi siete ebrei -ed ebreo è inteso come un insulto- e farete una brutta fine”. Anne Frank è molto famosa e tutti conoscono la sua faccia. Allora la FIGC ha deciso che in tutti i campi sarebbe stata letta una parte del famoso diario di Anne, prima della partita. Così, mi chiedono di leggere allo Juventus stadium: 45000 persone, stadio al buio, nessuna pubblicità, silenzio totale. Temevo contestazioni forti ma non è stato così. Un’esperienza davvero singolare. Restando in tema di sport, il mio ultimo libro, “La spada non mi ha salvata”, è dedicato a Helene Mayer, fiorettista tedesca, campionessa assoluta in Germania e negli USA; la più grande schermitrice del Novecento, per il famoso periodico statunitense “Sport Illustrated”. L’unico neo di Helene, nella Germania di Hitler, era di avere un padre ebreo. Riuscì comunque a partecipare alle Olimpiadi del 1936 a Berlino, per la nazionale tedesca. Come ci riuscì da ebrea, lo racconto nel libro in modo originale. Ho cercato di scrivere una storia nota con uno stile nuovo, particolare.
D: Come reagisce alle critiche negative riguardo ai suoi libri, se ci sono?
R: Fino a qualche tempo fa, avevo dei social, poi mi sono stufato, mi sembravano posti disumani. “La vita è troppo breve per aspettare che la chiavetta usb si disattivi” era scritto sulla t-shirt di un mio amico. La vita è breve, dico io, per dedicare troppo tempo ai social network. Quindi, ho chiuso tutto. Non mi sono mancati e non mi mancano. Quello che posso dire, è: “Uscite”. Non meritano il vostro tempo. Quando sarò ministro dell’istruzione, raddoppierò lo stipendio ai professori e renderò illegale la gomma da cancellare. Lo slogan sarà: “Cancelliamo le gomme”. Non siamo abituati a guardarci indietro e vedere gli errori fatti in modo da rifletterci sopra, solo ad accumulare nuovi post in modo che le cose vecchie vengano dimenticate e cancellate. In un testo scritto a computer, correggi gli errori e questi spariscono. Se scrivi a mano e non usi la gomma, però, puoi tirare una riga sull’errore ed andare a riguardare cosa c’è che non va. Così puoi imparare dai tuoi errori.
D: Spesso le sue letture pubbliche o i suoi spettacoli comprendono la musica dal vivo, insieme alle parole: cosa può dare, in più, la musica a chi ascolta le sue storie? E lei, di solito, ascolta musica mentre scrive? Se sì, quale?
R: 26 gennaio 2025, teatro della Fenice a Venezia, uno dei più bei teatri al mondo. Ore 7.30 del mattino. Teatro vuoto. Dopo qualche ora, sarei entrato in scena, con un mio spettacolo. La voce è strana, un po’ è dentro di te, un po’ finisce nelle orecchie degli altri. Il mio corpo sarebbe restato sul palco, il suono della voce se ne sarebbe andato in giro e avrebbe raggiunto tutti gli spettatori. Lo stesso vale per la musica. È la sorella della voce. A volte, quando scrivo, ho bisogno una compilation, di generare impressioni, di un mood giusto. Non è una colonna sonora, la musica mi accompagna, mi dà le sensazioni giuste. E ascolto veramente di tutto.
D: Dove riesce a recuperare gli oggetti originali dell’epoca della Shoah?
R: Ho molti oggetti del periodo della Shoah che ho recuperato a Praga, a Berlino, a Londra. Ci sono antiquari, mercati e mercatini. Gli oggetti sono importanti perché raccontano una storia, anche i più piccoli. Sono quello che resta quando i loro proprietari se ne sono andati, ci parlano di loro.
D: Lei ha incontrato molte persone famose, testimoni della storia: qual è l’incontro che le ha dato più emozioni?
Ogni testimone lascia un segno. Se devo sceglierne uno, scelgo Virginia Gattegno che era stata ad Auschwitz. Era veneziana e una cara amica, ho scritto un libro sulla sua vita. Quando ci siamo incontrati per scrivere la sua vita, ha preso una scatola con alcune foto e abbiamo cominciato da un’immagine che non mi aspettavo: non parlava di deportazione ma era una foto risalente a 12 anni dopo Auschwitz, dove peraltro lei aveva perso quasi tutta la famiglia. La foto era di una festa. Le ho chiesto che cosa aveva fatto prima. È la domanda che ci facciamo quando vogliamo sapere qualcosa di chi abbiamo davanti. Per Virginia, la vita non era solo Auschwitz ma molto di più, erano le feste, l’amore, le persone, i viaggi.
Concludendo, cosa abbiamo capito noi della redazione tra le righe di questa bellissima intervista? Innanzitutto che gli scrittori vedono la realtà con occhi diversi, colgono i dettagli delle parole, degli oggetti, delle cose che ci circondano e li interpretano, dando loro una veste nuova, una interpretazione nuova. Vivono le coincidenze, le collezionano. Amano gli scherzi creativi, non sono capaci di dire di no, sono aperti a quello che li circonda e per questo vivono fantastiche avventure che poi noi possiamo leggere nei loro libri.
Il giorno 4 aprile, i bambini di prima della scuola primaria “Tina Pesaro” si recheranno al campo giochi di via Fratelli Bandiera per una mattina di giochi in ricordo della strage di Pizzolungo, dove persero la vita Giuseppe e Salvatore Asta, di 6 anni e la madre Barbara Rizzo. Si tratta di un evento all’interno del progetto sulla legalità che verrà gestito dalle classi 2 A e 2 E della scuola secondaria “Giuseppe Mazzini”.
“Le parole sono come vasi di fiori che cadono dai balconi, se sei fortunato le schivi e vai avanti sulla tua strada, se invece sei un po’ più, diciamo, lento, ti centrano in pieno e ti uccidono“ (“Il ragazzo dai pantaloni rosa”)
Le parole sono più di semplici suoni o segni scritti. Sono chiavi che aprono mondi, sono strumenti che ci permettono di entrare in contatto con gli altri, di raccontarci, di esprimere ciò che siamo e ciò che proviamo. A volte, una parola può curare, altre volte può ferire, ma sempre lascia un segno. Le parole hanno un grande potere. Eppure, non sempre riflettiamo su come le usiamo. Troppo spesso dimentichiamo che ogni parola ha un peso, che ogni frase può avere conseguenze. Così in seguito a queste riflessioni gli alunni della 2°E, hanno deciso di leggere un libro per approfondire l’argomento.
Il libro in questione ha una storia che comincia a Venezia, nel 1938. Roberto, ovvero il protagonista del libro, è un ragazzo normale, o almeno così crede da tempo. Finché chi gli sta vicino comincia a fargli notare quanto sia diverso da tutti gli altri, visto che porta gli occhiali. E forse è meglio che nessuno li veda con lui e forse è meglio che cambi scuola, che vada a scuola tra ragazzi che portano tutti gli occhiali. Questo romanzo di Matteo Corradini, descrive ciò che gli ebrei hanno vissuto, attraverso la metafora della storia di esclusione di Roberto, dei suoi amici e della sua famiglia. Le leggi, le restrizioni e gli sguardi critici avevano creato una tensione che nessuno poteva evitare. Roberto non riusciva a capire perché essere diversi fosse un motivo di esilio. Le lenti non avevano mai modificato chi effettivamente era, ma per alcune persone apparivano una linea sottile di differenza fra lui e gli altri…Lo scrittore ha deciso come titolo del libro “Solo una parola” così da sottolineare l’importanza delle parole, non solo come strumenti di comunicazione, ma anche come elementi carichi di significato e potere, in grado di influenzare profondamente le vite delle persone. Infatti il libro vuole riflettere sull’impatto che una sola parola può avere, specialmente in un contesto di grande sofferenza e tragedia come quello della Shoah.
Dopo la lettura, la classe ha lavorato realizzando alcune poesie per esprimere cosa significano le parole, cosa possono fare e come usarle. La nostra riflessione si completerà con la visione del film “Il ragazzo dai pantaloni rosa”.
Ecco due delle poesie scritte da noi:
Una parolaDi Martina Sircello e Ilaria Peluso
Una parola dolce e l’umore ti capovolge
una parola che ferisce
ma le ferite non sono in superficie
Una parola grande e gentile
la felicità ti fa salire
una parola grande e immatura
ti fa sentire insicura
Non dare per scontato le parole che dici
perché potrai perdere amici
Stai attento a usare le parole
perché possono essere pistole
che sparano dritte al cuore
Le paroledi Fede Tramonti e Rebeka Hyka
Le parole sono chiavi preziose
che aprono mondi e curano cose
sanno ferire, sanno abbracciare
fanno sorridere o fanno tremare
Sceglile bene, non usarle invano, sono il riflesso
Anche quest’anno, come da tradizione, la nostra scuola ha progettato e realizzato diverse mobilità grazie al progetto europeo Erasmus+. Agli studenti delle classi terze è stata offerta la possibilità di realizzare uno scambio con una scuola finlandese: avremmo ospitato i compagni stranieri a novembre e, a febbraio, saremmo partiti per una settimana in Finlandia, nella città di Vaasa, ospiti dei nostri amici. Finalmente, il 6 febbraio, siamo partiti dall’aeroporto di Milano Linate, accompagnati dalle professoresse Ceruti e Stefli. Nonostante il ritardo dell’aereo, aver perso la coincidenza per lo scalo ad Amsterdam e aver quasi dato per disperse le valigie, intorno alle ore 01:30 siamo arrivati in hotel a Helsinki.
L’indomani mattina, con calma, abbiamo fatto un giro per la città e visitato i monumenti principali, come le due cattedrali, la piazza del senato e il lungomare. Nel primo pomeriggio, ci siamo diretti verso la nostra destinazione finale, ovvero la città di Vaasa, in treno. Sabato, ci siamo recati nella parte vecchia della città e ci siamo divertiti a più non posso andando sulla neve con gli slittini, poi abbiamo fatto merenda con i marshmallow abbrustoliti sul falò ed infine ci siamo recati in un edificio storico per cenare e svolgere alcune attività legate al nostro progetto.
Il giorno dopo, ci siamo diretti alla fattoria Kertu. Tra caprette, lama, pecore, pony, galline e conigli c’erano anche le renne, a cui abbiamo potuto dar da mangiare dei licheni. Più tardi ci siamo riuniti intorno ad un falò e abbiamo mangiato delle ottime salsicce alla brace. Dopo una bella battaglia a palle di neve, siamo tornati ognuno a casa sua per fare una rilassante sauna.
Il lunedì abbiamo visitato la nostra scuola partner ed il preside ci ha accolto nel loro auditorium, dove abbiamo imparato un ballo tipico e suonato uno strumento a corde chiamato “Kantele”; successivamente abbiamo seguito delle lezioni insieme ai ragazzi. Il martedì ed il mercoledì, oltre a stare a scuola, abbiamo partecipato ad attività sportive molto particolari e divertenti, tra cui l’ice fishing, il floorball ( ovvero una sorta di hockey su pavimento) e il pattinaggio sul ghiaccio. Abbiamo inoltre assistito ad una partita di hockey, e visto la fantastica aurora boreale, un sogno!
L’ultima sera, oltre ai saluti finali, abbiamo fatto un laboratorio di cucina a scuola (ebbene sì i ragazzi finlandesi hanno anche questo laboratorio nella loro scuola). Dopo esserci divisi in gruppi, ci hanno dato la ricetta per cucinare le squisite girelle alla cannella. Dopo i saluti e tantissime lacrime, siamo tornati a casa dei nostri ospiti. Giovedì mattina, siamo partiti da Vaasa in treno per dirigerci a Helsinki e da lì, tornare in Italia.
Per me, è stata un’esperienza indimenticabile e purtroppo irripetibile. Grazie al progetto Erasmus+ si hanno grandissime possibilità come costruire nuove amicizie e stringere nuovi rapporti, consolidare l’inglese, conoscere nuove culture e paesi.
Mercoledì 19 febbraio scorso, le classi prima C e prima E si sono recate in biblioteca per assistere alla presentazione di un’iniziativa molto interessante, il progetto “Corsa contro la fame”. L’incontro è durato un’ora, durante la quale un’operatrice dell’associazione “Azione contro la fame” ci ha spiegato con competenza e passione che la malnutrizione di tanti bambini e la fame nel mondo sono un problema molto serio e che ancora oggi 45 milioni di bambini soffrono di malnutrizione acuta grave e per questo rischiano la vita.
Ci hanno spiegato che la malnutrizione è causata sia dalla mancanza di accesso al cibo e all’acqua potabile sia da un’alimentazione poco variata e carente di nutrienti vitali. A Tale proposito ci ha anche detto che, se noi mangiassimo sempre e soltanto il nostro cibo preferito, anche noi potremmo soffrire di carenze nutritive perché la nostra alimentazione non sarebbe bilanciata. Quest’anno gli operatori di “Azione contro la fame” si indirizzeranno verso una zona dell’Africa centrale, la Costa d’Avorio: porteranno lì i kit contenenti le fascetta per misurare la dimensione del braccio del bambino e valutare la malnutrizione, oltre agli alimenti in pasta a base di burro di arachidi, molto nutritivi, capaci di rimettere in salute i bambini malnutriti.
Ci hanno detto che i kit, ovviamente, hanno un costo e, per acquistarli e darli ai bambini che hanno bisogno, serve l’aiuto economico di tutti, anche delle nostre classi! E’ per questo che gli studenti della scuola media dell’Istituto Casaroli andranno a correre presso il parco di Villa Braghieri e daranno vita all’evento: “Corsa contro la Fame”. Prima ci accorderemo con i nostri genitori, che diventeranno i nostri sponsor, ed otterremo un compenso per ogni giro di corsa che faremo, poi con la collaborazione degli insegnanti, devolveremo il guadagno all’associazione “Azione contro la fame”. Insomma, sarà un’occasione per impegnarci per gli altri e non solo per noi stessi e per capire quanto siamo fortunati ad avere ogni giorno il cibo di cui abbiamo bisogno.
Ogni giorno, la tecnologia diventa sempre più importante nella nostra vita, cambiando il modo in cui comunichiamo, lavoriamo e impariamo. Il progetto STEM che stiamo portando avanti nel nostro istituto si occupa di formare le nuove generazioni per affrontare un mondo digitale, sviluppando competenze relative alla Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica. Nonostante l’importanza di queste materie, molti studenti le trovano difficili o poco interessanti, perdendo la motivazione. Gli esperti, però, ci consigliano di studiare le materie STEM per essere pronti al futuro. Molto della riuscita dei progetti passa attraverso i docenti e il metodo di insegnamento; noi abbiamo intervistato il “Docente STEM che rende la scienza divertente” e che lavora con noi.
D: Buongiorno prof., siamo molto contente di intervistarla, direi di partire subito con la prima domanda. Qual è il suo nome completo?
R: Buongiorno, il mio nome completo è Bernazzani Alessio.
D:Ha per caso un soprannome con cui viene chiamato dagli amici o familiari?
R:No, non ho un soprannome magari qualche amico mi chiama “Berni” ma generalmente no.
D:Quanti anni ha?
R:Io ho 25 anni.
D:Che tipo di musica le piace?
R:Ultimamente ascolto musica Disney o Techno.
D:Ha mai praticato uno sport?
R:Sono appassionato di arti marziali,lo faccio ormai dall’età di 8 anni e ora lo insegno.
D:Ha mai avuto la possibilità di visitare diversi stati del mondo?
R:Sì,sono stato in Italia, Germania,Austria,Francia ed Inghilterra.
D:Che scuole ha frequentato?
R:Alle elementari ho frequentato la scuola “Vittorino da Feltre”, alle medie la Dante e alle superiori all’ITS, a Piacenza.
D:Qual era la sua materia preferita, da ragazzo?
R:La mia materia preferita da ragazzo era Storia, probabilmente perché stimavo l’insegnante.
D:Come mai si è appassionato al mondo della robotica?
R: Mi sono appassionato alla robotica per lo più per gli amici, inizialmente mi sembrava una cosa molto interessante, ho iniziato a giocare un po’ con loro, poi si è sviluppato un po’ il tutto e poi, pian piano è diventato un lavoro.
D:Quali e quanti mestieri ha svolto prima di questo?
R:Ne ho fatti un bel po’, sono tuttora un cameriere, sono un insegnante di arti marziali e ho lavorato in una pescheria industriale.
D: Secondo lei, quali sono i lati positivi e negativi di questo mestiere?
R:Il lato positivo è che vedo molti ragazzi e in parte i loro progressi, invece un lato negativo è che, non avendo tanto tempo a disposizione, non riesco ad avere un rapporto stabile con i ragazzi, non riesco a vedere grandi risultati e devo affidarmi anche agli altri docenti.
D:Se potesse risolvere un grande problema del mondo,quale sceglierebbe?
R:Quello dell’istruzione ne sono convinto, con un’istruzione adeguata anche il comportamento e il rispetto sarebbero ad un livello pari
D:Se avesse la possibilità di scegliere un superpotere, quale preferirebbe avere?
R:In realtà non ci ho mai pensato, ho una spiegazione teorica lunghissima e super noiosa, comunque molto probabilmente sarebbe il teletrasporto
Bene prof., la nostra intervista si conclude qui! La ringraziamo tanto per averci concesso un po’ del suo tempo prezioso e per il suo impegno per rendere questo progetto STEM così accattivante!
La commemorazione, per il nostro istituto, si svolgerà mercoledì 26/3 alle ore 10, presso la biblioteca della sede della scuola “G. Mazzini”, alla presenza dei rappresentanti dell’associazione Libera e delle autorità.
Il 17 febbraio 2025, due classi della scuola “G. Mazzini” hanno fatto una gita a Milano, per visitare alcuni luoghi rappresentativi della città.
La mattina ha avuto inizio con una visita al Binario 21 della Stazione Centrale, dove ci si ricorda di un importante fatto storico: la partenza dei treni per i campi di concentramento nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il pomeriggio ha invece avuto come protagonista uno dei più famosi simboli della città di Milano: il Teatro alla Scala. Il teatro in questione, fu aperto nel 1778 e denominato “Teatro Nuovo”, ma cambiò nome un po’ più tardi in “Teatro alla Scala” a causa della chiesa di Santa Maria della Scala, che fu in gran parte demolita per la costruzione del teatro. Il teatro è stato più volte ristrutturato nel corso degli anni, ma ha sempre mantenuto il suo fascino e il suo ruolo di protagonista sulla scena musicale mondiale.
Recentemente, la Scala ha accolto un evento veramente unico: un concerto intitolato “Paganini Ripetente”, un omaggio al famoso violinista e compositore Niccolò Paganini. Questo spettacolo ha combinato musica e teatro, creando un’atmosfera unica che ha incantato il pubblico. Il concerto viene chiamato così proprio perché, secondo alcuni storici, Paganini non concedeva il bis, non perché fosse capriccioso o arrogante, ma perché spesso era solito improvvisare ed era quindi impossibile ripetere in maniera uguale una sua creazione, nata al momento. Il concerto è stato condotto da Mario Acampa, il quale ha raccontato tutta la storia e, attraverso diversi interventi tra un brano e l’altro, gli alunni sono riusciti a capire a fondo la storia di Paganini.
Quello che avete appena letto è un “haiku”, cioè una tipica poesia giapponese. Dopo aver letto in classe il libro “Come Un Germoglio Di Bambù”, scritto da Chiara Lorenzoni e Pino Pace, un libro piccolo e veloce da leggere, ma con un grande significato che tocca il cuore, ci siamo appassionati di haiku e abbiamo contagiato la redazione del nostro giornalino.
Ma facciamo un passo indietro: cos’è un haiku? Gli haiku sono stati inventati nel 17esimo secolo da Matsuo Munefusa, detto Bashō; figlio di un samurai, nato da una famiglia povera. Per questo andò a servizio da un nobile della sua stessa età e con la passione per la letteratura. Con lui cominciò a comporre e pubblicare le sue poesie. Yoshitada morì pochi anni dopo e Matsuo Munefusa si trasferì a Tokyo. I suoi componimenti piacevano e il giovane maestro aprì una scuola di poesia con centinaia di allievi. Qui prese il soprannome di Bashō (banano in giapponese), come la pianta che gli allievi avevano piantato di fronte a casa sua. Poi, stanco della vita di città, decise di intraprendere dei lunghi viaggi in tutto il Giappone. Durante uno dei suoi viaggi si ammalò e morì poco dopo, a cinquant’anni. I suoi allievi fecero pubblicare le sue opere. Ci è piaciuto molto il maestro degli haiku perché deciderà di non versare sangue come i Samurai, ma inchiostro, come i veri poeti.
Bashō raffigurato da Hokusai
Ma ora che ci siamo acculturati un po’, torniamo a questi haiku. Sono delle piccole poesie di 3 versi, senza rima e titolo. Devono per seguire uno schema preciso, il primo verso deve avere in tutto 5 sillabe, il secondo 7 e il terzo ancora 5. Dunque 5-7-5, per un totale di diciassette sillabe. I contenuti dell’haiku colgono l’attimo, l’emozione del momento che deriva dalla natura, dalle situazioni che si stanno vivendo. Quindi, attratti da queste piccole poesie, noi della redazione abbiamo provato a comporne qualcuna, ed ecco il risultato: “Gli haiku della redazione”.