Intervista al Prof. Gianfranco Dazzi 

di Lakha Giulia e Stanojevic Sara

 12/02/2026 

L’arte è un pilastro fondamentale della cultura in tutto il mondo. Nella nostra scuola, già da un paio di anni, insegna arte il Professor Dazzi, perciò abbiamo colto l’occasione per fargli alcune domande. 

D: Che percorso di studi ha fatto? Cosa l’ha spinta a scegliere questa materia e questo percorso di studi?

R: Per poter rispondere a queste due domande, devo fare una premessa. Io e mio fratello gemello siamo gli ultimi di quattro figli. Abbiamo un fratello che ha sei anni più di noi e una sorella che ne ha dieci in più. Mio padre era un artista e, nonostante tutti i suoi sforzi, non eravamo una famiglia agiata. Nostra sorella e nostro fratello più grande avevano tutti e due scelto scuole di natura artistica, Liceo artistico e poi Accademia la sorella, Conservatorio di Milano e specificamente composizione musicale il fratello. Vista la situazione economica, i nostri genitori decisero che per me e per mio fratello era meglio pensare a una scuola che ci garantisse un futuro, così scelsero loro e ci mandarono all’Istituto Tecnico. Io, naturalmente, avrei voluto di gran lunga fare il Liceo artistico. Così, ho trascorso cinque anni a fare ciò che non volevo, ma lo feci bene e alla maturità uscii con 9 (54/60). Quando si trattò di scegliere l’università, a quel punto scelsi io e mi iscrissi ad Architettura. Pertanto, per rispondere alla prima e alla seconda domanda, la scuola mi è stata imposta e questa cosa mi ha fatto soffrire, l’Università invece è stata una mia scelta e finalmente sono riuscito a trovare una strada che in qualche modo mi corrispondeva. Anche l’Università l’ho seguita con grande impegno, ma questa volta con molto entusiasmo. Sono uscito con il massimo dei voti e poi ho anche lavorato nell’università, prima come cultore della materia e poi come professore a contratto fino a quando non ho deciso di dedicarmi solo all’attività professionale.

D: Al di là della scuola, cosa le piace fare nel tempo libero?

R:Mi piace fare quello che faccio anche quando lavoro, leggo, vado a vedere mostre realizzo opere in ceramica o dipingo (quando sono ispirato). Penso che tutto il tempo debba essere occupato, il tempo dell’ozio dovrebbe essere dedicato alla cura dello spirito facendo attività che stimolano la tua crescita sia emotiva che culturale.

D: Ha un libro preferito? Quale?

R: Ne ho tanti, i libri seguono le stagioni della vita e spesso ti restituiscono una chiave di lettura dei tuoi stati d’animo. Quando avevo 16 anni i due libri che mi hanno accompagnato sono stati “Opinioni di un clown” di Heinrich Böll e “il libro dell’inquietudine” di Fernando Pessoa.

D: Ha un sogno nel cassetto? Se sì quale?

R: Una volta, quando facevo l’architetto con il mio studio a Milano, il mio sogno era di riuscire a costruire un palazzo a New York; oggi mi accontenterei di riuscire a realizzare delle opere che si possano considerare arte. Forse questo è il mio sogno nel cassetto: riuscire a creare delle opere che trasmettano delle emozioni a chi le osserva.

D: Se potesse cambiare una cosa del suo passato, cosa sarebbe?

R: Oggi non cambierei proprio nulla, perché se cambiassi anche sono una delle scelte fatte, anche se non condivise, tutti gli elementi che hanno composto la mia vita non si incastrerebbero più. Se avessi scelto il Liceo Artistico probabilmente sarei finito in Accademia e probabilmente non avrei sposato la donna con la quale poi ho generato due splendidi figli e così via. 

D: Qual è il suo ricordo d’infanzia preferito? 

R: Quando mio Padre, guardando un disegno che avevo fatto alle scuole medie, mi disse che ero bravo e che avrei potuto proseguire su questa strada, anche se le cose sono andate diversamente. 

D: Ha mai fatto altri lavori oltre al professore?

R: Ne ho fatti tanti. Ho iniziato giovane a fare il decoratore durante l’estate, ho lavorato alla Scala di Milano per 14 anni, ho fatto l’architetto lavorando in proprio dai 27 anni in poi, in ultimo nel 2019 ho cominciato a insegnare nella scuola. 

 D: Qual è la parte più bella del suo lavoro? E quella più difficile? 

R: La parte più bella è quando i ragazzi a cui cerchi, a volte con fatica, di trasmettere delle conoscenze interagiscono con te e creano un legame, quando percepisci nei ragazzi un vero interesse per ciò che stanno facendo. La parte più difficile è riuscire a suscitare questo interesse. 

D: Che consiglio darebbe ad uno studente delle medie? 

R: Parafrasando una frase biblica, così diamo argomenti alla prof. Dionedi per prendermi in giro, direi che “la conoscenza vi renderà liberi”, intendendo la libertà di essere, quella di esistere, di affrontare le sfide della vita di petto. Siate curiosi sempre, non accontentatevi mai, siate affamati di cultura e di conoscenza. La vostra vita diverrà ricca e piena di amici, perché una persona curiosa non lo è soltanto nei confronti delle idee ma lo è anche verso le persone. Questo più che un consiglio è un augurio.

Ringraziamo il nostro prof. per la sua professionalità, pazienza e disponibilità!

Speciale Olimpiadi invernali: chi sono i Flo?

Di Bianca Piombino e Adja Fall

05/02/26 

I Flo sono sei piccoli bucaneve, che insieme a Milo e Tina, sono le mascotte delle Olimpiadi e Paralimpiadi invernali 2026. Anche loro, come i due ermellini, sono stati disegnati da degli alunni italiani della scuola “Sabin di Segrate” di Milano. Simboleggiano la natura e lo spirito di squadra. Sono i migliori amici e gli aiutanti dei due ermellini. I bucaneve rappresentano la vita eterna, perché crescono anche sotto la neve nei periodi invernali.

Sono protagonisti della campagna ”Follow the Flo” impegnata nel rispetto dell’ambiente e della natura e per la raccolta differenziata. Ogni Flo ha una propria personalità, per esempio, il bucaneve con gli occhiali da sci rappresenta l’energia. Sono nati per portare un pizzico di vivacità e sostenere l’inclusione. Si possono acquistare anche sotto forma di gadget di varie dimensioni e sono davvero simpaticissimi!

Alla scoperta dell’hockey su ghiaccio

Di: Elsehiti Ahmed, Nicolas Loccisano, Federico Maiocchi

05/02/2026

L’hockey su ghiaccio è nato in Canada nel XIX secolo; la parola “hockey” deriva probabilmente dal francese antico hocquet, che significa “bastone ricurvo”. È uno sport caratterizzato da ritmi frenetici con cambi al volo ogni 30-60 secondi. 

Hockey su ghiaccio alla McGill University, Montreal, 1901 (fonte: Wikipedia)

Si gioca su di una pista ghiacciata grazie ai pattini da ghiaccio (56-61m); le due squadre sono composte da 6 elementi (1 portiere + 5 in movimento). La partita si compone di 3 tempi da 20 minuti di gioco effettivo, con l’obiettivo di segnare reti usando un bastone (stick) per indirizzare il disco (puck). Il puck, durante le partite, può superare i 160 km/h: viaggia cioè a velocità superiori a quelle di un’automobile, rendendo il gioco estremamente rapido e pericoloso. A causa dell’intensità estrema, i giocatori rimangono sul ghiaccio per turni brevi (30-60 secondi) e cambiano “al volo” senza fermare la partita.

Gli USA sono i Campioni del Mondo 2025, tornando al successo mondiale dopo il 1933.

Ci sono alcune curiosità particolari riguardo questo sport:

Il puck congelato: Per evitare che rimbalzi eccessivamente, il disco (puck)  in gomma viene congelato per diverse ore prima della partita.

Il rito della barba: È tradizione che i giocatori non si radano durante i playoff della NHL, la lega professionistica nordamericana, fino all’eliminazione o alla vittoria 

Il numero 99: Il numero 99 è stato ritirato da tutte le squadre della NHL in onore del giocatore leggendario Wayne Gretzky, considerato il giocatore di hockey più forte del mondo (“The Great One”), detentore di innumerevoli record nella NHL, tra cui il maggior numero di punti, gol e assist, e vincitore di 4 Stanley Cup con gli Edmonton Oilers. Il 99 è l’unico numero non più indossabile nell’intera lega.

Wayne Gretzky

I pali mobili: A differenza del calcio, le porte dell’hockey non sono saldamente fissate al ghiaccio per ragioni di sicurezza, consentendo ai giocatori di pattinare dietro di esse.

Nessun fallo laterale: Non esiste il fallo laterale, la balaustra può essere utilizzata per far rimbalzare o scorrere il disco.

Alle Olimpiadi Milano Cortina 2026, le gare si disputeranno a Milano, precisamente al Milano Rho Ice Hockey Arena e al Milano Santagiulia Ice Hockey Arena. Il torneo maschile si terrà dall’11 al 22 febbraio, quello femminile dal 5 al 19 febbraio, mentre i giochi paralimpici si svolgeranno dal 6 al 15 marzo 2026. 

La nazionale femminile italiana 2026

La disciplina, seppur di nicchia rispetto al calcio, mantiene una base di tifosi molto appassionata, specialmente in Trentino-Alto Adige, Veneto e Lombardia. 

5 curiosità che non sapevi sugli sport invernali

Autori: Cristiano Gobbi, Alessio Groppi 

5/2/2026

I giochi olimpici invernali sono un evento storico per il nostro paese e noi della redazione non vediamo l’ora di assistere alle gare. Per farvi venire ancora più voglia di giochi invernali, abbiamo selezionato per voi non una, non due, non tre, non quattro, ma ben cinque curiosità sugli sport invernali! Buona lettura.

  1. Vari tipi di ghiaccio

Il ghiaccio olimpico non è una superficie universale, ma un materiale ingegnerizzato su misura per ogni disciplina. Mentre nel pattinaggio di velocità si cerca la densità assoluta del “ghiaccio nero” (purificato da minerali e aria). Nel curling la superficie viene resa irregolare tramite una pioggia di goccioline che crea una texture a “buccia d’arancia”, indispensabile per far ruotare la pietra. Al contrario, per l’hockey si preferisce un ghiaccio più “morbido” e spesso (circa -5°C) per favorire la tenuta dei pattini nelle frenate brusche.

  1. La fisica del salto

Nel salto con gli sci, la tuta non è un semplice indumento ma una vera appendice aerodinamica. Il regolamento impone che il tessuto abbia una permeabilità all’aria minima di 40 litri per metro quadrato al secondo: se fosse meno traspirante, la tuta agirebbe come una vela illegale, gonfiandosi e permettendo all’atleta di “galleggiare” troppo a lungo. Anche le dimensioni sono stabilite: deve aderire al corpo con una tolleranza massima di soli 2 centimetri per evitare l’effetto “scoiattolo volante” che si verifica quando un saltatore cerca di aumentare artificialmente la superficie del proprio corpo per “volare” il più a lungo possibile nell’aria. 

  1. Il super potere degli slittinisti

Nello slittino, gli atleti devono mantenere una calma piatta mentre sfrecciano a 150 km/h. È stato dimostrato che i campioni riescono ad abbassare volontariamente la frequenza cardiaca pochi istanti prima del via, per poi esplodere in una spinta di braccia alla partenza. In curva, la loro visione periferica scompare a causa delle vibrazioni e della forza centrifuga, costringendoli a guidare affidandosi esclusivamente alla sensibilità dei muscoli dorsali che percepiscono le minime variazioni di pressione sul ghiaccio.

  1. Il biathlon e la chimica dietro ai miraggi

Il Biathlon porta l’occhio umano al limite della percezione. Dopo chilometri di sci di fondo ad altissima intensità, il calore sprigionato dal corpo dell’atleta (che può superare i 39°C interni) incontra l’aria gelida, creando un velo di vapore acqueo proprio davanti al viso. Questo fenomeno genera un effetto miraggio: l’aria calda rifrange la luce, facendo apparire il bersaglio come se vibrasse o si muovesse lateralmente. Per combattere questa distorsione visiva, gli atleti utilizzano paraocchi e schermi laterali sulla carabina. Questi strumenti servono a isolare l’occhio dominante, eliminando i riflessi della neve e i movimenti del vapore, permettendo all’atleta di “fissare” il bersaglio in una bolla di concentrazione assoluta.

  1. La cecità durante lo Sci Alpino

Durante una discesa libera, a causa della velocità e del vento, le pupille degli atleti possono subire una tale pressione da rendere difficile la messa a fuoco. Inoltre, il fenomeno del “Whiteout” (quando cielo e neve diventano dello stesso identico bianco) annulla la percezione della profondità. In questi casi, gli sciatori non vedono i dossi, ma li “anticipano” grazie a una memoria procedurale perfetta del tracciato: sciano letteralmente su un percorso che hanno memorizzato al millimetro nella loro mente.

fonte: https://www.7giorni.info/sport/milano-metropoli/milano-cortina-2026-storia-segreti-e-curiosita-di-tutti-gli-sport-invernali.html

I fiori della Memoria

Di: Cristiano Gobbi, Alessio Groppi

5/2/2026 

In occasione della giornata della Memoria, i ragazzi del laboratorio di ceramica del Prof. Dazzi hanno creato dei magnifici fiori di ceramica con lo stelo di ferro arrugginito, che sono stati “piantati” davanti alla stele dedicata a Tina Pesaro presente all’ingresso dell’omonima scuola elementare.

I fiori sono stati cotti a 900 gradi, la stessa temperatura dei forni crematori che venivano utilizzati nei campi di sterminio.

Il metallo sul quale i fiori sono piantati è lo stesso con il quale si costruiscono le armi; nel nostro monumento è invece diventato il terreno su cui nascono i fiori.

Accanto al monumento della Memoria sono stati piantati dei fiori che simboleggiano la vita che prende insegnamento dalla Memoria. Il prof. Dazzi è stato aiutato dal sig. Murtas, esperto fabbro che ha preparato il materiale per l’installazione.

Le parole della Memoria

a cura della redazione

4/2/2026

Una parola non è mai “solo” una parola, come ci ricorda Matteo Corradini, scrittore ed esperto ebraista che anche quest’anno ha lavorato con le classi terze delle secondarie e quinte delle primarie del nostro istituto.Abbiamo provato a rispondere alla domanda: quanto contano le parole? E quanta responsabilità abbiamo nel modo in cui le affidiamo agli altri?

Se ci guardiamo intorno, il mondo continua a riversarci addosso immagini di guerra, odio, contrapposizioni violente. Ma la nostra lingua è una casa comune. Quando si usano male le parole, si cancellano delle stanze: si riduce ciò che può essere raccontato, discusso, immaginato. Le parole sono armi potenti perché tutti le possiamo usare in ogni momento, non ci sono patenti, non ci sono multe, segnali di divieto. Tutto dipende dalla nostra responsabilità, che siamo adulti o ragazzi.Possiamo costruire la pace anche con le parole se usiamo quelle della critica, del rispetto, della responsabilità, dell’accoglienza, della Memoria.

Il 27 gennaio, i bambini di quinta della scuola primaria “Tina Pesaro” e i ragazzi di terza della scuola secondaria “G. Mazzini” hanno guidato la riflessione per fare Memoria: le loro parole sono state perle preziose che si sono espresse con la musica e che si sono anche trasformate in una mostra, dove le parole si sono fatte simboli, pensieri, poesia. Infatti, i bambini hanno letto il libro “Solo una parola” e hanno lavorato su alcune parole-chiave: occhiali, lampadina, ali, maschera, foglia, spada. Esistono, infatti, parole-spada che feriscono chi le usa e chi le riceve, parole-foglia che danno speranza, parole-occhiali che ti fanno vedere meglio la realtà. Dopo aver disegnato delle sagome e scritto le loro riflessioni, le quinte hanno allestito la loro mostra.

Le classi terze della secondaria “G. Mazzini” hanno realizzato una mostra con i loro caviardage, testi poetici ed espressivi che vengono creati a partire dalle parole contenute in una pagina stampata: il testo di partenza è stato il libro “Solo una parola”.

Tutte le parole-perle preziose contenute nei lavori dei bambini e dei ragazzi, sono racchiuse nello scrigno che è il nostro archivio della Memoria, collegato alla stele di Tina Pesaro e accessibile tramite il qr code applicato sulla stele stessa.

La Giornata si è infine conclusa intorno alla stele stessa, dove è stato inaugurato un monumento, “Il giardino di Tina”, realizzato dai ragazzi del laboratorio di ceramica del prof. Dazzi.

I successi dell’istituto alla competizione della First Lego League

4/2/2026

Il 31/1 si è svolta la prima giornata di qualificazioni nazionali per la challenge FLL (First Lego League). Il nostro istituto ha partecipato alla competizione con tre squadre, composte da ragazzi di prima, seconda e terza: Sarmatech, Technosauri e Chrono-bots. In totale erano 16 le squadre a darsi battaglia: 8 istituti comprensivi e 8 licei. Quest’anno il tema della FLL-Unearthed era l’archeologia.

Le nostre tre squadre si sono difese molto bene, considerando che era la loro prima partecipazione. In particolare la squadra di Sarmato si è distinta con delle prestazioni in crescendo. Nella classifica finale si è aggiudicata il quarto posto, accedendo così alle final four. Sarmatech ha battuto la seconda in classifica, aggiudicandosi la finalissima, perdendo infine contro il team Hipertech del liceo Volta. Purtroppo la classifica finale è stata definita prima delle finals e, nonostante la vittoria, il team non ha potuto accedere alle finali nazionali.

Anche i Chrono-bots se la sono cavata discretamente con il loro robottino Giampy, piazzandosi al nono posto. Infine, i Technosauri, un po’ abbattuti perché sul campo di gara il loro “Sabrino” non ha portato i risultati sperati, si sono distinti aggiudicandosi il premio “Stella nascente” per la loro idea del “Technobrush”, un pennello automatizzato che può regolare la potenza della pennellata a seconda del materiale che l’archeologo deve pulire.

Ricordami di ricordarti: perché la libertà parte dalla voce di chi ne ha bisogno

Di Lakha Giulia e Stanojevic Sara

29/1/2026

Nel corso della piovosa giornata di mercoledì 28 gennaio, le classi 3E e 3A della scuola G. Mazzini si sono recate in treno presso il Teatro dei Filodrammatici di Piacenza. Qui, nel cuore antico della città, in una splendida cornice Liberty, Matteo Corradini, scrittore ed ebraista, ha proposto al pubblico uno spettacolo per celebrare la Giornata della Memoria. “Proserpina: la Memoria è un tranello”. L’autore si è ispirato al mito di Proserpina, la moglie di Ade, il Dio degli Inferi.

In scena, Corradini che dialoga a distanza con Saba Poori, giovane ballerina ed attivista originaria dell’Iran che si fa portavoce delle ingiustizie le donne subiscono da secoli: dalle donne accusate di stregoneria alle vittime della Shoah, dalle donne dell’Armenia, alle violenze in Ruanda fino ad arrivare all’Iran.

Saba, nella prima parte del suo spettacolo, personifica Proserpina, mitica figlia di Cerere, giovane libera che un giorno viene rapita ed ingannata da Plutone, che la porta nel regno degli Inferi. Grazie all’intercessione della madre, Proserpina può tornare sulla terra ma solo per qualche mese all’anno: il tranello nel quale è caduta riguarda una maledizione. Infatti ha mangiato alcuni chicchi di melograno e, se si mangia cibo infernale, si resta legati all’inferno. Sei gli arilli di melograno mangiati, sei i mesi di ogni anno in cui dovrà restare all’inferno, condannando il mondo all’inverno.  Corradini ha reso l’idea dell’inganno mortale con un melograno dal quale sgorga sangue, che si mescola con il sangue dell’uomo. È stata una scena davvero impressionante.

L’ultima storia raccontata dalla ballerina è stata proprio la sua personale. Considerata come traditrice dal suo paese, per essere una ballerina, Saba è emigrata in Italia, dove ha utilizzato la danza come mezzo di protesta contro il regime iraniano e come strumento per ribadire che la libertà è un bene primario e nessuno può permettersi di considerare le persone “solo” un corpo. Come Proserpina, è finita nell’inferno delle prigioni iraniane ma è riuscita a tornare alla luce. Nonostante questo, raccontare, fare Memoria è necessario ma fa male, è un tranello. Saba Poori ha ribadito che tutte le donne hanno il diritto di essere se stesse, senza temere di subire conseguenze.

Mentre la storia viene raccontata, si provano diverse emozioni: prima dolore e senso di ingiustizia, ma poi anche un senso di orgoglio nei confronti della protagonista che ricorda la forza di tante donne che come Saba hanno potuto ribellarsi e farsi valere. Il mito si fonde con la realtà nella danza di Saba, fluente, leggera, coinvolgente che esprime in ogni suo gesto speranza e forza, e negli altri interventi di Corradini, altrettanto toccanti. E così si comprende che la vicenda Proserpina non è soltanto storia antica. La memoria non appartiene solo al passato, ma anche al presente, e permette di comprendere il dolore di coloro che, ancora oggi, vivono senza libertà, il diritto di parola e della possibilità di scelta.

Lo spettacolo ci serve a riflettere sull’importanza della libertà e della Memoria, non solo come ricordo del passato ma soprattutto come un modo attraverso il quale  migliorare il presente. “Ricordami di ricordarti”.

Recensione del libro: “La regina delle Ombre”

autore: Marcus Sedgwick
di Valentina Lakha

 22\01\26

Peter si trasferisce nel villaggio di Chust insieme a suo padre Tomas, un uomo che da tempo ha problemi con l’alcol e che fatica a occuparsi del figlio in modo responsabile. Il loro arrivo non passa inosservato: gli abitanti del villaggio sono diffidenti e seguono tradizioni molto antiche, legate a credenze popolari e a storie tramandate da generazioni. Poco dopo il trasferimento, un uomo del villaggio viene trovato morto in circostanze misteriose e sepolto in modo altrettanto misterioso. Gli abitanti cercano di minimizzare l’accaduto, ma Peter comprende che tutti stanno nascondendo qualcosa. Iniziano a circolare voci sugli “ostaggi”, spiriti inquieti che, secondo le leggende locali, tornerebbero dalla morte per bussare alle porte durante la notte e uccidere i vivi. In questo clima di paura e sospetto, Peter incontra Sofia, una ragazza riservata che sembra conoscere bene le antiche storie del luogo. Nel frattempo, Thomas continua a comportarsi in modo instabile e nasconde un passato che potrebbe essere collegato agli eventi che stanno sconvolgendo il villaggio. La tensione cresce giorno dopo giorno, tra morti misteriose e strane apparizioni, mentre la figura malvagia della “Regina delle Ombre” sembra avvicinarsi sempre di più, mettendo in pericolo l’equilibrio della comunità e costringendo Peter a confrontarsi con verità che non avrebbe mai immaginato.
“La regina delle Ombre” mi è piaciuto tantissimo, davvero più di quanto mi aspettassi. La storia è piena di mistero e ti tiene sempre con il fiato sospeso, così non riesci a smettere di leggere. Mi sono affezionata ai personaggi e ho trovato tutto molto coinvolgente. Lo consiglierei perché è un libro che ti cattura dall’inizio alla fine.