Oggi vi parleremo degli Internati Militari Italiani durante la Seconda guerra mondiale, un argomento nuovo per molti; ma chi sono queste persone? Gli internati militari Italiani (nominati così dai tedeschi) sono quei soldati, che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, scelsero di essere deportati in campi di concentramento dove vennero trattenuti con la forza, piuttosto che allearsi con l’esercito nazista di Hitler. A causa di questa decisione, quindi, sono stati costretti ai lavori forzati, sono stati maltrattati e hanno vissuto lunghi periodi di privazione, in baracche con scarsa igiene, al freddo e in costante rischio di epidemie. I prigionieri italiani furono sfruttati presso fattorie, fabbriche, miniere e ogni altro tipo di attività produttiva. Decine di migliaia non fecero più ritorno a casa. Nonostante venga ricordata la Seconda guerra mondiale e le sue vittime, spesso la figura degli internati militari Italiani viene dimenticata. A rispolverare la loro memoria, a Castel San Giovanni, ha contribuito lo studio di Paolo Brega, un esperto di storia locale, che è intervenuto nella classe terza E per una lezione su questo argomento.
Quindi, il 28 gennaio 2022, la classe si è recata presso il cimitero di Castel San Giovanni dove c’è stata una cerimonia commemorativa dedicata proprio agli IMI: successivamente a vari discorsi tenuti sia dell’esperto Brega, sia dalla sindaca di Castel San Giovanni, è stata inaugurata una targa dedicata alle vittime degli internati militari, per commemorare il loro coraggio e la loro stroria.
Abbiamo conosciuto la storia di Virginia Gattegno durante le ore di didattica della Memoria, grazie al libro “Luci nella Shoah” di Matteo Corradini.
Ci ha lasciato ieri ma noi non la dimenticheremo. Abbiamo imparato che fare Memoria significa conservare le storie dentro di se’; la sua storia ci aiuterà ad essere coraggiose e ad affrontare le difficoltà della vita.
Virginia, ad Auschwitz, era il numero 24324; abbiamo provato a trasformare la disumanizzazione di un numero in un volto sorridente.
Caro diario, ormai sono passati due anni da quando è iniziata l’epidemia di peste e mi è difficile dire di avere almeno un briciolo di fiducia che il mondo ci possa riservare anche buone notizie. Ogni giorno mi passano davanti agli occhi tonnellate di nomi di persone morte a causa di questa malattia, mentre vado a lavorare negli ospedali dove si prova a trovare una cura per la guarigione di questa povera gente. La mia mente è assillata giorno e notte dalle grida di dolore di coloro che scoprono che i loro cari non ci sono più; immagini atroci attraversano e disturbano i miei sogni: neanche la notte posso sentirmi al sicuro nel mio letto, a casa mia. Non è colpa dei miei pazienti se mi sento così demoralizzato, il fatto è che negli ultimi periodi l’unica cosa a cui penso è di come è stato bello avere accanto una famiglia così bella, come erano colorate le mie giornate prima che il mostro della peste le portasse via. Purtroppo tutta la felicità è svanita in meno di mezzo anno e tanto è stato il dolore che ho provato, ma mi sono fatto coraggio e mi sono promesso che avrei aiutato con tutta la mia forza d’animo coloro che si trovavano nella mia stessa situazione. Il problema, però, ora è che tutta quella forza non ce l’ho più, non riesco più ad osservare tanta tristezza ogni giorno e anche io ormai sono vecchio, mi affatico molto, non dormo e non mangio, non ho neanche un amico a parte te, caro diario. Ma ho preso una decisione: inizierò una serie di ricerche per trovare una cura alla peste. Sono un erborista e sto studiando erbe, minerali, spezie per produrre vari tipi di medicine. Uso una maschera particolare, con un becco che contiene essenze che non mi faranno ammalare. Indosso lunghi guanti e un cappotto che arriva fino ai piedi. Con le mie conoscenze penso proprio che potrò arrivare a dei risultati positivi. Per oggi è tutto diario mio, grazie per ascoltarmi sempre con molta pazienza . Appena avrò novità, sarai il primo a cui scriverò.
Buongiorno a tutti, noi del giornalino “La Voce dell’Olubra” della scuola “Giuseppe Mazzini” di Castel San Giovanni, siamo vostri grandi fan e vorremmo conoscervi meglio. Siamo qui oggi per intervistarvi, siete pronti per le domande? Cominciamo!
D:Come vi chiamate, quanti anni avete e da dove venite?
R:Io sono Damiano David e ho 23 anni, Victoria De Angelis,Thomas Raggi ed Ethan Torchio ne hanno 21. Veniamo tutti da Roma.
D: Che strumenti suonate?
R: Victoria suona il basso, Ethan la batteria e Thomas la chitarra.
D: Che cosa significa la parola Maneskin e chi ha scelto questo nome?
R:(Damiano) L’abbiamo scelto insieme, ma l’ha suggerito Victoria,quindi vi lascio a lei…
(Victoria) La parola Maneskin in danese significa “chiaro di luna”, l’ho pensata perché mia mamma è danese.
D: Come è iniziata la vostra carriera?
R:(Victoria) io e Thomas ci siamo conosciuti alle scuole medie, poi si è aggiunto Damiano e poi, tramite un annuncio su Facebook, Ethan.Abbiamo iniziato ad esibirci per le strade di Roma e poi, nel 2017 siamo diventati famosi grazie a X Factor dove ci siamo piazzati al secondo posto.
D: Chi si occupa del look dei Maneskin?
R:Se ne occupa Victoria che è appassionata di moda.
D:Siete presenti sui social network?
R: Ovviamente sì, abbiamo un profilo Instagram, Facebook,Twitter oltre al sito internet ufficiale e al canale Youtube dove potete tenervi aggiornati su tutte la novità e gli eventi che ci riguardano.
D: Come nascono le vostre canzoni?
R:(Thomas) Scriviamo personalmente tutte le nostre canzoni. Il testo viene scritto da Damiano mentre la musica da noi tre. Le canzoni possono nascere da diversi spunti: da un mio accordo di chitarra o del basso di Victoria, da un testo di Damiano o dalla batteria di Ethan.
D: Quali sono le vostre canzoni più famose?
R: “MORIRÒ DA RE” e ”TORNA A CASA” del 2018, “VENT’ANNI” del 2020, “ZITTI E BUONI” con cui abbiamo vinto il festival di Sanremo 2021, e “MAMMAMIA”.
D:Dopo la vittoria a Sanremo cosa avete fatto?
Abbiamo vinto l’Eurovision Song Contest, abbiamo partecipato all’American Music Awards e abbiamo aperto il Concerto dei Rolling Stones a Las Vegas.
D: Alla prima serata di Sanremo 2022 siete stati ospiti e avete cantato “ ZITTI E BUONI” e “CORALINE”. Damiano, ci puoi spiegare il significato di questa canzone?
R: “CORALINE”parla di una ragazzina che fatica a trovare se stessa e lo spazio che merita nel mondo perché è troppo fragile, innocente e pura.
Ciao, grazie per le vostre risposte, ci vedremo al vostro prossimo concerto e magari… per un’intervista dal vivo!
Questo libro è stato scritto da Denis Avey, nato nell’Essex nel 1919 e morto il 16 luglio del 2015. Nel 1944, lo scrittore protagonista della storia, era un soldato britannico che stava combattendo nel Nord Africa. Viene però catturato dai tedeschi e spedito in un campo di lavoro per prigionieri. Durante il giorno, si trova a lavorare insieme ai detenuti del campo vicino, chiamato “Auschwitz”. Inorridito dai racconti che ascolta, Denis è determinato a scoprire qualcosa in più. Così trova il modo di fare uno scambio di persona: consegna la sua uniforme inglese a un prigioniero di Auschwitz e si fa passare per lui. Uno scambio che significa nuova vita per il prigioniero mentre per Denis segna l’ingresso nell’orrore, ma gli concede anche la possibilità di raccogliere testimonianze su ciò che accade nel lager. Quando milioni di persone avrebbero dato qualsiasi cosa per uscirne, lui, coraggiosamente, vi fece ingresso, per testimoniare, un giorno, la verità. La storia è stata resa pubblica per la prima volta da un giornalista della BBC, Rob Broomby nel novembre 2009. Grazie a lui Denis ha potuto incontrare la sorella di un giovane ebreo che salvò dal campo. Nel marzo del 2010, è stato insignito della medaglia come “eroe della Shoah”. La storia di questo libro mi è interessata molto per il coraggio che ha dimostrato Denis Avey scambiando la sua uniforme da soldato inglese con quella di un prigioniero ebreo e per la sua volontà di aiutare gli altri, anche in una situazione così pericolosa e drammatica come quella dei campi di sterminio.
All’inizio di quest’anno scolastico, noi della classe 2^A, con la prof Elena Antoniotti, abbiamo letto la poesia di Wisława Szymborska “Possibilità”, in un percorso di orientamento alla conoscenza di noi stessi. Quindi, tutta la classe ha provato a farne una simile, prendendo spunto dall’originale e cercando dentro di noi i nostri “preferisco”, cioè ciò che ci piace o il contrario, cercando di non essere banali e superficiali. Ecco un esempio.
Preferisco il moderno che c’è nell’antico.
Preferisco parlare piuttosto che stare zitto.
Preferisco avere le redini in mano.
Preferisco ascoltare prima di parlare.
Preferisco immaginare il futuro che vivere l’attimo.
Preferisco la luce del sole a quella della lampadina.
Preferisco essere la pecora nera del gruppo ma che non si nasconde tra le altre.
Preferisco il rumore al silenzio.
Preferisco la rivoluzione.
Preferisco guardare il cielo che guardare il cellulare.
Preferisco scrivere per ore.
Preferisco giocare a calcio.
Preferisco la tecnologia.
Preferisco vestirmi bene.
Preferisco viaggiare.
Preferisco suonare la chitarra.
Preferisco arrivare in anticipo.
Preferisco stare all’aria aperta.
Preferisco vedere la realtà delle cose.
Preferisco imparare.
Preferisco andar bene a scuola.
Preferisco essere autonomo.
Preferisco essere così come sono che essere come vogliono gli altri.
Preferisco una breve frase con un concetto che un libro pieno di parole senza senso.
Quest’anno, la nostra scuola ha dato il via ad un progetto per abbellire gli spazi scolastici. Da ottobre a dicembre 2021, un gruppo di ragazzi provenienti da più classi e interessati all’arte e al disegno, si è trovato al pomeriggio con le prof. Antoniotti e Cesena e con un’esperta, Maria Colonna, per lavorare al miglioramento di alcuni ambienti scolastici e per renderli più gioiosi e colorati.
L’esperta che ha lavorato con noi è un’artista e restauratrice e, grazie alla sua competenza, abbiamo imparato varie tecniche utili per dipingere; ci ha anche dato qualche consiglio per il futuro, per rendere particolari e belli i nostri schizzi e le nostre idee.
Le prime lezioni le abbiamo usate per ambientarci e conoscerci meglio, iniziando con qualcosa di facile: abbiamo infatti dipinto le cornici in legno delle porte delle nostre classi, un lavoro divertente, anche perchè era a coppie. E poi, sinceramente, ora, le porte sono molto più belle con i nostri colori sgargianti e i nostri corridoi sono decisamente più allegri.
Ci siamo molto divertiti anche perché non era il lavoro più complicato che si potesse svolgere e solitamente eravamo a gruppetti con le persone che conosciamo meglio.
In circa tre lezioni, abbiamo finito di dipingere tutte le porte del primo e secondo piano dell’edificio.
Abbiamo quindi iniziato i lavori più creativi, decorando innanzitutto la scala che porta all’aula di musica: l’abbiamo dipinta in modo che sembri la tastiera di un pianoforte per essere in tema; sembra una sciocchezza dipingere con il bianco e il nero delle strisce, ma ci vuole moltissima precisione!
Quindi, ci siamo dedicati a progettare e realizzare un murales nella biblioteca scolastica, il lavoro più impegnativo, che vi descriverò nel dettaglio in un altro articolo. Il laboratorio è stato realmente un bellissimo progetto che ha aiutato gli studenti a migliorare nella manualità e a riempire pomeriggi vuoti e magari anche di noia, incontrando amici, compagni di classe e conoscendo nuove persone. Oltre, soprattutto, a rendere più bella la nostra scuola!
Vi presentiamo un racconto ispirato dal quadro “L’impero delle luci” di R. Magritte, che abbiamo realizzato nell’ambito di una attività, realizzata con i compagni della classe 3 A, che prevedeva di inventare racconti a partire da quadri famosi. Buona lettura.
“L’impero delle luci” di R. Magritte
Sono nel letto, la mia testa è poggiata sul cuscino e cerco di dormire. ”Buonanotte Lilith!” Mi sussurra Morgana, mentre si fa una coda con i suoi riccioli neri. Chiudo gli occhi e mi addormento subito, ma qualcosa mi dà fastidio. Apro gli occhi e mi alzo, ma Morgana non c’è. Inizio a camminare d’istinto per cercarla, fuori è mattina e nella nostra stanza penetra la luce del sole. Lei si sveglia sempre dopo di me, e ciò mi fa pensare che qualcosa non va. Scendo le scale ma non la trovo, la cerco in cucina e, guardando attraverso la finestra, intravedo qualcosa. Osservando meglio capisco che è una casa che, stranamente, non ho mai notato, ma è lì. Mi metto le scarpe ed esco subito, fuori c’è odore di aria sporca e polline, erba tagliata e fiori ma è tutto buio, tutto, tranne il cielo che è limpido. La casa è buia con delle finestre che si illuminano e un lampione. È impossibile che l’abbiano costruita in così poco tempo: fino a ieri non c’era… Anche se tutto è buio, vedo la porta socchiusa e meccanicamente avanzo per aprirla. Metto la mano sudata sulla maniglia fredda per aprire la porta e, nel mentre, mi viene la pelle d’oca. La porta si apre con uno scricchiolio, è l’unico rumore che si sente, a parte i grilli. Un piede dopo l’altro ed entro, ci sono poche luci ma abbastanza forti per vedere il lungo corridoio, pieno di quadri di bei paesaggi. Si sente un odore molto intenso di legno e vernice. Mi incammino verso la fine del corridoio e, ai lati, ci sono delle porte con scritti dei nomi: Eileen, Gordon, Gabriel, Edith e Morgana. Tutte le porte sembravano di ebano nero ma le scritte erano ben evidenziate. Ho deciso d’istinto di entrare nella camera con lo stesso nome della mia gemella: Morgana. Aprendo la porta, sento uno scricchiolio ancora più forte di prima. La stanza è più grande di quella che sembrava ed è uguale alla camera da letto presente in casa nostra. C’erano gli stessi arredamenti, ma anche qualcosa di nuovo: uno specchio. Incuriosita da quel particolare, mi avvicino per guardarlo meglio. Non l’avessi mai fatto, perché in quello specchio c’era Morgana che, mentre mi guarda piangendo, sussurra:” Apri gli occhi!” Non ho capito, gli occhi ce li avevo già aperti, come facevo ad aprirli di nuovo? All’improvviso mi sale l’ansia, mi volto per uscire da quella misteriosa stanza, ma mi accorgo che la porta non c’è più e all’improvviso tutto diventa buio. Sento il mio cuore pulsare fortissimo e cado in un silenzio assoluto. Mi sveglio di soprassalto e mi accorgo che sto tremando dalla paura e soprattutto che sono nel mio letto… mi giro verso il letto di Morgana e la vedo dormire come un angioletto. Dopo qualche secondo, mi precipito a controllare l’insolita casa in cui ero qualche minuto prima ma non la vedo più. E’ sparita nel nulla così com’era comparsa. Ho preso un respiro di sollievo, ma non credo che riuscirò a guardarmi ancora nello specchio per molto tempo…
Nella nostra classe, la 2 A, abbiamo provato a fare un esercizio di scrittura un po’ particolare: una pagina di diario ambientata in una lontana epoca storica. Noi ci siamo messi nei panni di un sacerdote Inca, che vede arrivare l’esercito dei conquistadores spagnoli in Perù, a Cajamarca, il 24/9/1532. Buona lettura!
I conquistadores a Cajamarca
Caro diario,
Tutti i giorni mi affaccio dalla piccola apertura della mia tenda… mi piace rilassarmi osservando i pappagalli che volano liberi nel cielo sopra di me. Qualche minuto fa, improvvisamente, ho sentito un fortissimo boato, sembrava che la terra sotto di me tremasse, si sentivano urla di disperazione e d’aiuto. Stavo sistemando la legna da ardere per il falò, per poi scaldarmi al tepore del fuoco. Mi ero appena svegliato e, preoccupato della situazione, mi sono diretto verso il centro dell’accampamento dove mi sono visto schizzare da parte uno strano proiettile… per poco non mi colpiva. Non ho mai avuto così tanta paura: inizialmente ho provato a correre cercando un riparo, per terra c’erano corpi sanguinanti e alcuni senza vita. Ad un tratto, un soldato armato mi è passato davanti, per poco mi uccideva, ma fortunatamente un caro amico mi ha salvato la vita colpendo il soldato al fianco, atterrandolo. Dopo averlo ringraziato del gesto, ho ricominciato a correre dirigendomi verso la prima tenda che ho trovato ed è proprio lì che sono ora. In questo momento nella tenda siamo in tre, con noi c’è un ferito che stiamo cercando di medicare; nella gamba destra ha conficcata una punta di coltello mentre nella mano un proiettile di fucile. La tenda è tutta strappata e da uno spiraglio possiamo controllare la situazione. L’esercito Inca sta combattendo con i conquistadores spagnoli che sono in maggioranza e anche più organizzati, hanno armi potenti che riproducono il rombo del tuono. Hanno strane cavalcature, grandi e paurose, animali mai visti. Qualcuno parlava di divinità scese in terra, non ci credevo ma ora ho qualche dubbio. Sono superiori ai nostri guerrieri, presi di sorpresa: nessuno del nostro villaggio si aspettava un attacco del genere, sferrato nel bel mezzo di una tranquilla mattinata. Ogni volta che un fucile spara, il nostro cuore si ferma e sotto si sente un urlo; io tremo dalla paura, tutti noi stiamo cercando di salvarci, alcuni stanno cercando di uscire dall’accampamento mentre altri fanno come me, si nascondono. Non so se riusciremo a sopravvivere a questo attacco, qualche mese fa siamo usciti vittoriosi dalla battaglia civile contro il nostro imperatore… ma questa volta ho paura di non sopravvivere. Adesso devo andare, qualcuno sta sparando contro la nostra tenda e dobbiamo scappare, non ho più tempo per scrivere. Spero di averne ancora in futuro…
di Sofia Maiocchi, Francesca Signorino Gelo, Emma Tosca
31/1/2022
Nelle classi terze della scuola secondaria “G. Mazzini”, abbiamo partecipato ad un progetto basato sul libro “Luci nella Shoah” di Matteo Corradini, un esperto con il quale stiamo lavorando. Ci siamo divisi in gruppi e ognuno di noi ha lavorato per conoscere e approfondire un personaggio che aveva subito le persecuzioni razziali all’epoca della Shoah, presentato nel libro di Corradini. Il nostro gruppo, composto da Francesca Signorino Gelo, Emma Tosca e Sofia Maiocchi ha scelto di conoscere meglio Arie Selinger (Cracovia 1937), soprattutto per la passione che Francesca e Sofia hanno riguardo lo sport che praticano e che rappresenta la vita di Arie Selinger: la pallavolo. All’inizio, dopo aver cercato notizie sulla vita di Selinger, abbiamo lavorato per creare una intervista “impossibile”, poi abbiamo scritto una poesia ispirata alla storia del campione e attualizzando i temi della Shoah e infine abbiamo realizzato un video, che speriamo vedrete più avanti. Dopo questa breve introduzione vi lasciamo alla nostra coinvolgente intervista.
Arie Selinger allenatore della squadra femminile dei Paesi Bassi, 1988 (Bart Molendijk / Anefo, CC0, via Wikimedia Commons)
D: “Buongiorno! Buongiorno a tutti, e buongiorno anche a lei signor Arie Selinger, che onore averla qui con noi!”
R: “Buongiorno signorine! Sono molto felice di conoscervi, vi devo dire che il vostro giornalino scolastico mi interessa molto, siete davvero molto bravi!”
D: “La ringraziamo per la sua disponibilità qui oggi.”
R: “Di nulla, anzi ringrazio voi per questa occasione!”
D: “Allora iniziamo subito!”
D: Il suo nome, per lei, racconta o significa qualcosa di importante?
R:Il mio nome in ebraico significa “leone”, per me rappresenta la forza e il coraggio che ho avuto quando ero bambino. Ogni tanto penso a come mi sono sentito in quei tre anni nel campo di sterminio con tante persone e bambini che morivano. Bergen-Belsen mi ha insegnato a essere un leone anche nel campo da pallavolo, durante una partita, nel bel mezzo di una competizione importante…ma soprattutto nella vita. Sono sicuro al cento per cento, che se non avessi avuto questa terribile esperienza, non sarei mai diventato l’uomo che sono oggi. Non avrei le stesse abitudini, lo stesso metodo di affrontare i problemi: per esempio, il significato della parola paura per me è cambiato alla luce di quello che ho vissuto.
D:Come la fa sentire la pallavolo?
R: Oggi ormai sono un po’ anziano, ma da giovane, ovunque io sia andato, mi sono sempre sentito straniero. I nazisti mi hanno fatto sentire straniero nella mia città, mi sono sentito un estraneo quando sono arrivato in Israele e, soprattutto, quando, per lavoro, mi sono trasferito in America e in Olanda. Ormai, c’è solo un luogo che oggi mi fa sentire veramente a casa e quel luogo è un campo da volley. E’ il posto in cui mi sento libero e non contraddistinto da una stella o dalla lingua che parlo.
D: Come ha applicato le regole che ha imparato a Bergen-Belsen alla pallavolo?
R: Ci sono due regole che ritengo importanti da rispettare, soprattutto quando si è in tanti nello stesso posto o in situazioni di pericolo, come in questo periodo. La prima è fare gioco di squadra perché è molto improbabile arrivare lontano senza l’aiuto di nessuno, magari quello che non sa fare una persona lo sa fare un altro, o viceversa. La seconda è non pensare solo con le gambe, ma anche con la testa, perché per esempio nel mezzo di uno scambio di palla non hai tanto tempo per decidere, quindi devi avere il cervello allenato e non solo il corpo come molti possono pensare. Anche oggi ognuno è chiamato a pensare prima di agire, per il benessere di se stessi e degli altri.
D:Una volta uscito dal campo, la pallavolo l’ha aiutato a superare qualche momento di difficoltà?
R: Per tutta la mia vita ho definito la pallavolo come una missione e ho sempre combattuto per lasciare il segno in questo sport. A volte quando mi tornavano in mente alcuni momenti della mia infanzia, non tanto felici, mi andavo a sfogare in palestra.
D: Noi sappiamo che lei sta allenando una squadra, è soddisfatto del lavoro che sta facendo con loro?
R: In questo momento sono molto soddisfatto del lavoro che sto facendo con la mia squadra, sono delle persone fantastiche che si impegnano con dedizione e danno il meglio di loro per arrivare allo scopo di essere delle campionesse. Mi ricordo quando ho guidato la Nazionale femminile di Israele agli Europei del 1967, invece, con quella statunitense, ho vinto la medaglia di bronzo nel campionato mondiale del 1982 e quella d’argento alle Olimpiadi estive del 1984. Non mi ricordo molto del mio periodo nel campo, ma, ho appreso una cosa: non bisogna dimenticare le persone e i fatti importanti, pur essendo gravi e spiacevoli.
D: “questa era l’ultima domanda, la ringraziamo ancora per la sua presenza; ora purtroppo la dobbiamo salutare, è stato un piacere fare due chiacchiere con lei!”
R: “Anche per me è stato un piacere fare questo scambio di parole, spero di rivedervi presto.”