All’inizio di quest’anno scolastico, noi della classe 2^A, con la prof Elena Antoniotti, abbiamo letto la poesia di Wisława Szymborska “Possibilità”, in un percorso di orientamento alla conoscenza di noi stessi. Quindi, tutta la classe ha provato a farne una simile, prendendo spunto dall’originale e cercando dentro di noi i nostri “preferisco”, cioè ciò che ci piace o il contrario, cercando di non essere banali e superficiali. Ecco un esempio.
Preferisco il moderno che c’è nell’antico.
Preferisco parlare piuttosto che stare zitto.
Preferisco avere le redini in mano.
Preferisco ascoltare prima di parlare.
Preferisco immaginare il futuro che vivere l’attimo.
Preferisco la luce del sole a quella della lampadina.
Preferisco essere la pecora nera del gruppo ma che non si nasconde tra le altre.
Preferisco il rumore al silenzio.
Preferisco la rivoluzione.
Preferisco guardare il cielo che guardare il cellulare.
Preferisco scrivere per ore.
Preferisco giocare a calcio.
Preferisco la tecnologia.
Preferisco vestirmi bene.
Preferisco viaggiare.
Preferisco suonare la chitarra.
Preferisco arrivare in anticipo.
Preferisco stare all’aria aperta.
Preferisco vedere la realtà delle cose.
Preferisco imparare.
Preferisco andar bene a scuola.
Preferisco essere autonomo.
Preferisco essere così come sono che essere come vogliono gli altri.
Preferisco una breve frase con un concetto che un libro pieno di parole senza senso.
Quest’anno, la nostra scuola ha dato il via ad un progetto per abbellire gli spazi scolastici. Da ottobre a dicembre 2021, un gruppo di ragazzi provenienti da più classi e interessati all’arte e al disegno, si è trovato al pomeriggio con le prof. Antoniotti e Cesena e con un’esperta, Maria Colonna, per lavorare al miglioramento di alcuni ambienti scolastici e per renderli più gioiosi e colorati.
L’esperta che ha lavorato con noi è un’artista e restauratrice e, grazie alla sua competenza, abbiamo imparato varie tecniche utili per dipingere; ci ha anche dato qualche consiglio per il futuro, per rendere particolari e belli i nostri schizzi e le nostre idee.
Le prime lezioni le abbiamo usate per ambientarci e conoscerci meglio, iniziando con qualcosa di facile: abbiamo infatti dipinto le cornici in legno delle porte delle nostre classi, un lavoro divertente, anche perchè era a coppie. E poi, sinceramente, ora, le porte sono molto più belle con i nostri colori sgargianti e i nostri corridoi sono decisamente più allegri.
Ci siamo molto divertiti anche perché non era il lavoro più complicato che si potesse svolgere e solitamente eravamo a gruppetti con le persone che conosciamo meglio.
In circa tre lezioni, abbiamo finito di dipingere tutte le porte del primo e secondo piano dell’edificio.
Abbiamo quindi iniziato i lavori più creativi, decorando innanzitutto la scala che porta all’aula di musica: l’abbiamo dipinta in modo che sembri la tastiera di un pianoforte per essere in tema; sembra una sciocchezza dipingere con il bianco e il nero delle strisce, ma ci vuole moltissima precisione!
Quindi, ci siamo dedicati a progettare e realizzare un murales nella biblioteca scolastica, il lavoro più impegnativo, che vi descriverò nel dettaglio in un altro articolo. Il laboratorio è stato realmente un bellissimo progetto che ha aiutato gli studenti a migliorare nella manualità e a riempire pomeriggi vuoti e magari anche di noia, incontrando amici, compagni di classe e conoscendo nuove persone. Oltre, soprattutto, a rendere più bella la nostra scuola!
Vi presentiamo un racconto ispirato dal quadro “L’impero delle luci” di R. Magritte, che abbiamo realizzato nell’ambito di una attività, realizzata con i compagni della classe 3 A, che prevedeva di inventare racconti a partire da quadri famosi. Buona lettura.
“L’impero delle luci” di R. Magritte
Sono nel letto, la mia testa è poggiata sul cuscino e cerco di dormire. ”Buonanotte Lilith!” Mi sussurra Morgana, mentre si fa una coda con i suoi riccioli neri. Chiudo gli occhi e mi addormento subito, ma qualcosa mi dà fastidio. Apro gli occhi e mi alzo, ma Morgana non c’è. Inizio a camminare d’istinto per cercarla, fuori è mattina e nella nostra stanza penetra la luce del sole. Lei si sveglia sempre dopo di me, e ciò mi fa pensare che qualcosa non va. Scendo le scale ma non la trovo, la cerco in cucina e, guardando attraverso la finestra, intravedo qualcosa. Osservando meglio capisco che è una casa che, stranamente, non ho mai notato, ma è lì. Mi metto le scarpe ed esco subito, fuori c’è odore di aria sporca e polline, erba tagliata e fiori ma è tutto buio, tutto, tranne il cielo che è limpido. La casa è buia con delle finestre che si illuminano e un lampione. È impossibile che l’abbiano costruita in così poco tempo: fino a ieri non c’era… Anche se tutto è buio, vedo la porta socchiusa e meccanicamente avanzo per aprirla. Metto la mano sudata sulla maniglia fredda per aprire la porta e, nel mentre, mi viene la pelle d’oca. La porta si apre con uno scricchiolio, è l’unico rumore che si sente, a parte i grilli. Un piede dopo l’altro ed entro, ci sono poche luci ma abbastanza forti per vedere il lungo corridoio, pieno di quadri di bei paesaggi. Si sente un odore molto intenso di legno e vernice. Mi incammino verso la fine del corridoio e, ai lati, ci sono delle porte con scritti dei nomi: Eileen, Gordon, Gabriel, Edith e Morgana. Tutte le porte sembravano di ebano nero ma le scritte erano ben evidenziate. Ho deciso d’istinto di entrare nella camera con lo stesso nome della mia gemella: Morgana. Aprendo la porta, sento uno scricchiolio ancora più forte di prima. La stanza è più grande di quella che sembrava ed è uguale alla camera da letto presente in casa nostra. C’erano gli stessi arredamenti, ma anche qualcosa di nuovo: uno specchio. Incuriosita da quel particolare, mi avvicino per guardarlo meglio. Non l’avessi mai fatto, perché in quello specchio c’era Morgana che, mentre mi guarda piangendo, sussurra:” Apri gli occhi!” Non ho capito, gli occhi ce li avevo già aperti, come facevo ad aprirli di nuovo? All’improvviso mi sale l’ansia, mi volto per uscire da quella misteriosa stanza, ma mi accorgo che la porta non c’è più e all’improvviso tutto diventa buio. Sento il mio cuore pulsare fortissimo e cado in un silenzio assoluto. Mi sveglio di soprassalto e mi accorgo che sto tremando dalla paura e soprattutto che sono nel mio letto… mi giro verso il letto di Morgana e la vedo dormire come un angioletto. Dopo qualche secondo, mi precipito a controllare l’insolita casa in cui ero qualche minuto prima ma non la vedo più. E’ sparita nel nulla così com’era comparsa. Ho preso un respiro di sollievo, ma non credo che riuscirò a guardarmi ancora nello specchio per molto tempo…
Nella nostra classe, la 2 A, abbiamo provato a fare un esercizio di scrittura un po’ particolare: una pagina di diario ambientata in una lontana epoca storica. Noi ci siamo messi nei panni di un sacerdote Inca, che vede arrivare l’esercito dei conquistadores spagnoli in Perù, a Cajamarca, il 24/9/1532. Buona lettura!
I conquistadores a Cajamarca
Caro diario,
Tutti i giorni mi affaccio dalla piccola apertura della mia tenda… mi piace rilassarmi osservando i pappagalli che volano liberi nel cielo sopra di me. Qualche minuto fa, improvvisamente, ho sentito un fortissimo boato, sembrava che la terra sotto di me tremasse, si sentivano urla di disperazione e d’aiuto. Stavo sistemando la legna da ardere per il falò, per poi scaldarmi al tepore del fuoco. Mi ero appena svegliato e, preoccupato della situazione, mi sono diretto verso il centro dell’accampamento dove mi sono visto schizzare da parte uno strano proiettile… per poco non mi colpiva. Non ho mai avuto così tanta paura: inizialmente ho provato a correre cercando un riparo, per terra c’erano corpi sanguinanti e alcuni senza vita. Ad un tratto, un soldato armato mi è passato davanti, per poco mi uccideva, ma fortunatamente un caro amico mi ha salvato la vita colpendo il soldato al fianco, atterrandolo. Dopo averlo ringraziato del gesto, ho ricominciato a correre dirigendomi verso la prima tenda che ho trovato ed è proprio lì che sono ora. In questo momento nella tenda siamo in tre, con noi c’è un ferito che stiamo cercando di medicare; nella gamba destra ha conficcata una punta di coltello mentre nella mano un proiettile di fucile. La tenda è tutta strappata e da uno spiraglio possiamo controllare la situazione. L’esercito Inca sta combattendo con i conquistadores spagnoli che sono in maggioranza e anche più organizzati, hanno armi potenti che riproducono il rombo del tuono. Hanno strane cavalcature, grandi e paurose, animali mai visti. Qualcuno parlava di divinità scese in terra, non ci credevo ma ora ho qualche dubbio. Sono superiori ai nostri guerrieri, presi di sorpresa: nessuno del nostro villaggio si aspettava un attacco del genere, sferrato nel bel mezzo di una tranquilla mattinata. Ogni volta che un fucile spara, il nostro cuore si ferma e sotto si sente un urlo; io tremo dalla paura, tutti noi stiamo cercando di salvarci, alcuni stanno cercando di uscire dall’accampamento mentre altri fanno come me, si nascondono. Non so se riusciremo a sopravvivere a questo attacco, qualche mese fa siamo usciti vittoriosi dalla battaglia civile contro il nostro imperatore… ma questa volta ho paura di non sopravvivere. Adesso devo andare, qualcuno sta sparando contro la nostra tenda e dobbiamo scappare, non ho più tempo per scrivere. Spero di averne ancora in futuro…
di Sofia Maiocchi, Francesca Signorino Gelo, Emma Tosca
31/1/2022
Nelle classi terze della scuola secondaria “G. Mazzini”, abbiamo partecipato ad un progetto basato sul libro “Luci nella Shoah” di Matteo Corradini, un esperto con il quale stiamo lavorando. Ci siamo divisi in gruppi e ognuno di noi ha lavorato per conoscere e approfondire un personaggio che aveva subito le persecuzioni razziali all’epoca della Shoah, presentato nel libro di Corradini. Il nostro gruppo, composto da Francesca Signorino Gelo, Emma Tosca e Sofia Maiocchi ha scelto di conoscere meglio Arie Selinger (Cracovia 1937), soprattutto per la passione che Francesca e Sofia hanno riguardo lo sport che praticano e che rappresenta la vita di Arie Selinger: la pallavolo. All’inizio, dopo aver cercato notizie sulla vita di Selinger, abbiamo lavorato per creare una intervista “impossibile”, poi abbiamo scritto una poesia ispirata alla storia del campione e attualizzando i temi della Shoah e infine abbiamo realizzato un video, che speriamo vedrete più avanti. Dopo questa breve introduzione vi lasciamo alla nostra coinvolgente intervista.
Arie Selinger allenatore della squadra femminile dei Paesi Bassi, 1988 (Bart Molendijk / Anefo, CC0, via Wikimedia Commons)
D: “Buongiorno! Buongiorno a tutti, e buongiorno anche a lei signor Arie Selinger, che onore averla qui con noi!”
R: “Buongiorno signorine! Sono molto felice di conoscervi, vi devo dire che il vostro giornalino scolastico mi interessa molto, siete davvero molto bravi!”
D: “La ringraziamo per la sua disponibilità qui oggi.”
R: “Di nulla, anzi ringrazio voi per questa occasione!”
D: “Allora iniziamo subito!”
D: Il suo nome, per lei, racconta o significa qualcosa di importante?
R:Il mio nome in ebraico significa “leone”, per me rappresenta la forza e il coraggio che ho avuto quando ero bambino. Ogni tanto penso a come mi sono sentito in quei tre anni nel campo di sterminio con tante persone e bambini che morivano. Bergen-Belsen mi ha insegnato a essere un leone anche nel campo da pallavolo, durante una partita, nel bel mezzo di una competizione importante…ma soprattutto nella vita. Sono sicuro al cento per cento, che se non avessi avuto questa terribile esperienza, non sarei mai diventato l’uomo che sono oggi. Non avrei le stesse abitudini, lo stesso metodo di affrontare i problemi: per esempio, il significato della parola paura per me è cambiato alla luce di quello che ho vissuto.
D:Come la fa sentire la pallavolo?
R: Oggi ormai sono un po’ anziano, ma da giovane, ovunque io sia andato, mi sono sempre sentito straniero. I nazisti mi hanno fatto sentire straniero nella mia città, mi sono sentito un estraneo quando sono arrivato in Israele e, soprattutto, quando, per lavoro, mi sono trasferito in America e in Olanda. Ormai, c’è solo un luogo che oggi mi fa sentire veramente a casa e quel luogo è un campo da volley. E’ il posto in cui mi sento libero e non contraddistinto da una stella o dalla lingua che parlo.
D: Come ha applicato le regole che ha imparato a Bergen-Belsen alla pallavolo?
R: Ci sono due regole che ritengo importanti da rispettare, soprattutto quando si è in tanti nello stesso posto o in situazioni di pericolo, come in questo periodo. La prima è fare gioco di squadra perché è molto improbabile arrivare lontano senza l’aiuto di nessuno, magari quello che non sa fare una persona lo sa fare un altro, o viceversa. La seconda è non pensare solo con le gambe, ma anche con la testa, perché per esempio nel mezzo di uno scambio di palla non hai tanto tempo per decidere, quindi devi avere il cervello allenato e non solo il corpo come molti possono pensare. Anche oggi ognuno è chiamato a pensare prima di agire, per il benessere di se stessi e degli altri.
D:Una volta uscito dal campo, la pallavolo l’ha aiutato a superare qualche momento di difficoltà?
R: Per tutta la mia vita ho definito la pallavolo come una missione e ho sempre combattuto per lasciare il segno in questo sport. A volte quando mi tornavano in mente alcuni momenti della mia infanzia, non tanto felici, mi andavo a sfogare in palestra.
D: Noi sappiamo che lei sta allenando una squadra, è soddisfatto del lavoro che sta facendo con loro?
R: In questo momento sono molto soddisfatto del lavoro che sto facendo con la mia squadra, sono delle persone fantastiche che si impegnano con dedizione e danno il meglio di loro per arrivare allo scopo di essere delle campionesse. Mi ricordo quando ho guidato la Nazionale femminile di Israele agli Europei del 1967, invece, con quella statunitense, ho vinto la medaglia di bronzo nel campionato mondiale del 1982 e quella d’argento alle Olimpiadi estive del 1984. Non mi ricordo molto del mio periodo nel campo, ma, ho appreso una cosa: non bisogna dimenticare le persone e i fatti importanti, pur essendo gravi e spiacevoli.
D: “questa era l’ultima domanda, la ringraziamo ancora per la sua presenza; ora purtroppo la dobbiamo salutare, è stato un piacere fare due chiacchiere con lei!”
R: “Anche per me è stato un piacere fare questo scambio di parole, spero di rivedervi presto.”
Conosciamo tutti Anne Frank, è stata una ragazza molto forte, simbolo importantissimo per la Shoah e, grazie al suo diario scritto nell’alloggio segreto ad Amsterdam, possiamo capire com’era la sua vita o come la scrittura possa salvare una vita. Vi siete mai chiesti come abbia fatto a sopportare il fatto di stare rinchiusa in una soffitta per due interi anni senza mai uscire, convivendo con la sua famiglia ma anche con estranei? Io me lo sono chiesta, perché ho letto il suo diario, curato da Matteo Corradini.
Oggi sono qui per dirvi le mie impressioni: ho letto attentamente il testo e sono rimasta sbalordita, non me lo sarei mai aspettata che una ragazza così giovane, potesse scrivere in modo così approfondito. Mi ha colpito molto il fatto che fosse molto precisa nel nominare i propri sentimenti o anche come parlava con Kitty, la sua unica amica fedele… eh sì, la nostra Anne non aveva nessuno con cui confidarsi.
Ma non solo, in questi lunghissimi anni nascosta, ha sempre trovato una speranza, ha sempre cercato il lato positivo delle cose, con un po’ di ironia, non ha rinunciato ai suoi sogni. Secondo me, tutti quanto dobbiamo imparare da lei, è stata un esempio e purtroppo una testimone di come l’essere umano potesse essere così spregevole con gli altri suoi simili. Possiamo dire che lei e le sue parole siano una luce, che non si spegnerà mai.
Parlando di tutto ciò, in questi mesi in classe, abbiamo letto il libro Matteo Corradini intitolato: “Luci nella Shoah”. In questo libro si parla anche di Anne, si può dire che il titolo è un po’ ispirato a lei quando scrive, nel diario, che vorrebbe avere una luce sopra il suo letto per non avere paura, di notte.
Io, insieme a dei miei compagni di classe, ho lavorato su Anne Frank, abbiamo realizzato molti prodotti tra cui anche una poesia: “Le parole illuminate” per rendere omaggio ad Anne che, con le sue parole, illumina ancora oggi milioni di persone:
Esistono parole lampadina, che accendono la mente:
sentimenti, volare, stella cadente.
I sentimenti sono parole gentili,
sono sottili come fili.
Una parola leggera come una farfalla,
ti fa stare bene, come una mano sulla spalla.
Se una parola é una lampadina sopra il letto
Ti illumina e ti senti protetto.
Alcune parole spengono la mente,
lasciando un segno permanente
come le gocce di sangue sul filo spinato
delle persone senza peccato.
Se togli la polvere dalle parole,
queste diventeranno il tuo sole
Le parole senza polvere,
I problemi possono risolvere.
Una lucina nella notte scura
Contro il freddo, contro la paura.
Questa poesia è stata scritta da Adheen Sheetel, Es Sabahi Malak e Lika Jonathan, alunni della classe 3A. Abbiamo pure realizzato un video,che ora si trova nell’archivio della Memoria collegato alla stele di Tina Pesaro.
L’Istituto Comprensivo di Castel SanGiovanni ha commemorato la Giornata della Memoria 2022
di Malak Es Sabahi
28/1/2022
Il giorno 27/01/2022, presso la scuola elementare “Tina Pesaro” di Castel San Giovanni, il nostro istituto ha commemorato la Giornata della Memoria. E’ un appuntamento importante a cui il nostro istituto tiene molto e, pur in un momento difficile come quello attuale, si è voluto preparare un momento di riflessione a cui hanno partecipato anche le autorità cittadine ed alcuni membri della famiglia Pesaro. Abbiamo anche sperimentato un nuovo modo di condividere dei momenti: molti alunni erano collegati in diretta dalle loro classi e alcuni erano a casa in quarantena ma seguivano online l’evento.
La classe terza A della scuola secondaria “G. Mazzini” ha animato la mattinata, insieme ad alcune classi quinte della primaria.
In particolare, io ho lavorato con la mia classe ad un progetto, “Luci nella Shoah” che ha preso nome e spunto dal libro di Matteo Corradini. Lo stesso autore è venuto nelle nostre classi per aiutarci ad approfondire il tema della Shoah con parole adatte a noi ragazzi.
Con lui e con i nostri professori, abbiamo parlato di molte persone che hanno vissuto al periodo della Shoah e subirono discriminazioni che misero a rischio la loro vita; qualcuno si salvò, molti si persero.
Conoscendo le loro storie, abbiamo tirato un filo che ci legasse alla loro vita, alle loro emozioni al coraggio che dimostrarono: abbiamo ricordato Arie Selinger, che fu internato da bambino in un campo di sterminio, si salvò e diventò un famoso allenatore di pallavolo. Ci ha fatto capire che per superare un momento buio bisogna andar avanti con tutta la squadra e mai da soli. Abbiamo ricordato Tina Pesaro, di Castel San Giovanni, che, con il suo coraggio, ha cercato di salvare la sua famiglia ma non è riuscita a sopravvivere: noi la teniamo vicina perché il suo è il nome della nostra scuola primaria. Abbiamo ricordato Ilse Weber, che con la sua musica ha fatto stare bene i bambini dell’infermeria del campo di concentramento di Terezin e Virginia Gattegno che ci ha fatto capire quanto sia spaventoso perdere l’umanità e considerare delle persone dei numeri.
Abbiamo capito che bisogna ricordare che l’uomo non è così buono come sembra. Una frase che mi è piaciuta che ha detto il sindaco è: “Tutti a promettere che non accadrà più, ma ne siamo sicuri?”. Questa frase mi ha fatto molto riflettere perché è la domanda che tutti ci porgiamo ed è difficile trovare una risposta. Ma dobbiamo soprattutto chiederci: “Come è potuto succedere?” perché le cause di questa tragedia sono ben chiare a tutti: razzismo, indifferenza, volontà di potere, ignoranza, disprezzo per la convivenza pacifica tra le persone.
E’ per questo che noi ogni anno facciamo Memoria, per ricordarci che solo con la cultura, la conoscenza, il rispetto e con l’educazione possiamo garantirci un futuro migliore.
Finalmente in presenza, ripartiamo con la nuova redazione
a cura della redazione
20/1/2022
E’ ricominciata l’attività della nuova redazione del giornalino “La voce dell’Olubra” e della Web radio I.C.C.C. All’inizio di ogni attività di scrittura c’è un foglio bianco, ecco cos’è per noi e come vogliamo riempirlo:
Vi aspettiamo sulle nostre pagine, canali e siti per farvi sentire la nostra voce.