Lo spettacolo delle scuole medie dell’Istituto Comprensivo
A cura della redazione
2/5/2023
Un gruppo di ragazzi della scuola media “G. Mazzini” ha lavorato, per tutto l’anno scolastico, frequentando un laboratorio teatrale gestito dagli esperti del gruppo Manicomics e reso possibile grazie al sostegno dell’amministrazione comunale. Le classi terze avevano incontrato lo scrittore ed ebraista Matteo Corradini ed avevano riflettuto sulle tematiche del pregiudizio e del razzismo con lui a partire dal suo libro “Solo una parola”. Proprio le riflessioni delle classi hanno portato alla creazione di un copione autentico ed inedito ispirato al libro e alle esperienze fatte.
Lunedì 8 maggio alle 21 per tutta la cittadinanza e martedì 9 maggio, di mattina, per le scuole, i ragazzi metteranno in scena la loro opera teatrale. Vi aspettiamo numerosi!
Venerdì 31 marzo, noi della classe 1A siamo partiti dalla nostra scuola per un’uscita particolare: dovevamo raggiungere la sponda del fiume Po. Già da tempo stavamo lavorando in classe sul grande fiume italiano, per scoprirne le caratteristiche, gli aspetti geografici e storici. La nostra classe, infatti, ha aderito ad un progetto “Divento un PO GRANDE” proposto dall’autorità di gestione della riserva MAB UNESCO “Po Grande” (https://www.pogrande.it/divento-un-po-grande/). Sì, perché molti non lo sanno ma il tratto del “nostro” Po è diventato una riserva della biosfera UNESCO da qualche anno. Così, abbiamo deciso che, dopo averlo studiato, dovevamo andare a vederlo e a conoscerlo di persona, il Po.
Quindi, alle 8:00 del giorno 31 marzo, eravamo in classe pronti per partire; dopo aver fatto l’ appello e aver preso le mappe del territorio che avremmo percorso, già preparate e spiegate, abbiamo lasciato, con la prof Antoniotti e la prof. Cesena la scuola, carichi e pieni di energie. Quando siamo arrivati alla chiesa di San Rocco, la prof. Antoniotti ci ha fatto notare, che dove al giorno d’oggi c’è un parcheggio, una volta era presente un ponte dove scorreva il torrente Lora (oggi incanalato in condutture sotterranee). Qui era sorto l’antico centro di Olubra, l’origine del nostro paese e qui cominciava l’antica strada per il Po che per secoli i mercanti e i pellegrini, ma anche i soldati avevano percorso.
Siamo passati vicino al campo scout, oltrepassando la ferrovia e la prima tappa del nostro viaggio è stato un giovane noce, poco distante, dove abbiamo iniziato a scattare le foto al paesaggio utilizzando delle cornici di cartone che ci servivano per meglio inquadrare quello che vedevamo.
Dopo aver percorso un tratto di strada, siamo arrivati alla nostra seconda tappa vicino a Casa Olmo, un’ antica e importante curtis che, nel Medioevo, veniva contesa tra Piacentini e Pavesi. La nostra terza tappa è stata Berlasco dove abbiamo trovato, vicino ad una casa abbandonata, dei fiori di pesco, segno della primavera, che erano talmente belli che si sono meritati tante foto. Inoltre, Davide (un nostro compagno) ha trovato un quadrifoglio! Un segno di buona fortuna. A Berlasco è presente un’azienda agricola che, oltre alla coltivazione si dedica anche all’allevamento, infatti abbiamo visto delle mucche e le stalle.
Dopo alcuni chilometri, attraversando il cavalcavia dell’autostrada, abbiamo oltrepassato il confine tra Lombardia ed Emilia-Romagna (ma era anche un confine provinciale, tra Piacenza e Pavia). Ancora alcuni passi e siamo arrivati a Parpanese. Lì abbiamo incontrato un esperto del fiume Po: il professore Pietro Dallagiovanna che ha studiato l’ambiente del Po all’università ed ha vissuto per un certo periodo a Parpanese. Ci ha parlato della fauna del Po, in particolare degli uccelli presenti: garzette, aironi ma anche ibis e cormorani, arrivati da pochi anni. Manca da tempo invece, il martin pescatore, un piccolo uccello che si ciba di pesci che si trovano lungo la riva dei fiumi.
A questo punto, abbiamo seguito la riva del Po fino allo Chalet del gallo.
Una volta arrivati a destinazione, ci hanno accolto la nostra sindaca Lucia Fontana, l’assesora all’istruzione Federica Ferrari, il proprietario dello chalet Giovanni Repetti e una giornalista della Libertà, Mariangela Milani. Il signor Repetti ci ha spiegato com’era un tempo il fiume Po quando lui era un ragazzino: c’era MOLTA più acqua, c’erano spiagge alle quali veniva un sacco di gente d’estate tanto che sembrava di essere a Rimini; adesso la spiaggia non c’è più perchè la sabbia è stata usata per fare l’autostrada.
Siamo scesi lungo un piccolo sentiero dalla riva fino all’acqua del Po dove si sentiva lo sciabordio della corrente e un piacevole odore di umido.
Quando siamo risaliti, il sig. Repetti ci ha accolto con una fantastica merenda: c’era la coppa, la focaccia e la pizza.
Quando è finita la sosta, sia il sig. Repetti sia il sindaco ci hanno raccontato delle diverse piene del Po, tra cui quella del 2000 e quella del 2016. Dopo la merenda e qualche foto, abbiamo iniziato la strada del ritorno: a Parpanese il prof. Dallagiovanna ci ha fatto notare la foce del fiume Carogna. Dopo altre spiegazioni e i saluti del congedo, siamo ripartiti verso la scuola. Se all’andata abbiamo osservato i paesaggi, questa volta invece siamo stati più attenti alle vegetazione. Con un’APP che si chiama “Plant Net” abbiamo scoperto il nome di tanti fiori, arbusti e erbe che crescevano lungo i fossi. Arrivati al ponte della ferrovia, rieccoci a Castel San Giovanni.
La giornata è volata. Facendo questa entusiasmante camminata abbiamo potuto chiacchierare, rilassarci e fare movimento, ma soprattutto abbiamo potuto capire che, anche se alcune volte bisogna per forza abbandonare una casa, la propria città o un giocattolo preferito, la memoria non si abbandona mai! Inoltre abbiamo capito che il territorio è nelle nostre mani e il suo destino dipende da noi. Il nostro compito, da oggi, è valorizzare la zona della golena del Po che abbiamo visitato e che non dovrà essere mai più abbandonato!
Il fotografo Massimo Bersani è molto famoso nel nostro paese per la sua bravura e creatività. Sul suo sito scrive: “Quando scatto una foto cerco di sentirmi come un foglio bianco, come una pagina su cui narrare storie, senza preconcetto e non senza un briciolo di ironia, pronto a captare le emozioni che mi vengono trasmesse”.
Gli incontri che abbiamo fatto con lui sono stati molto interessanti, diversi dalle lezioni tradizionali: Bersani si è dimostrato molto anticonformista, attento ai dettagli ma anche a capire le diverse personalità dei ragazzi, le loro emozioni. Ci ha proposto un esercizio: fotografare un oggetto in tre versioni: in modo neutro e didascalico, in modo positivo, felice e in modo negativo, triste. La nostra redazione ci ha provato ed ha proposto i suoi lavori all’esperto che ci ha dato utili suggerimenti per migliorare le nostre foto, ad esempio, facendo attenzione all’inquadratura, ad eliminare il superfluo che disturba.
Abbiamo anche provato a raccontare qualche storia con le nostre foto. Gli abbiamo infine posto qualche domanda riguardo la nostra attività di giornalisti e riguardo a nostre curiosità. Ecco le sue risposte.
Francesco Magistrali, foto didascalicaFoto negativaFoto positiva
D: Le domande che ci poniamo quando raccontiamo una notizia con un articolo di giornale, valgono anche per le storie che le foto raccontano? Ci riferiamo alle famose “5 W” del giornalismo.
R: Sì, quasi tutte vanno bene. Vediamole: se guardando una foto comprendo “quando” è stata scattata, significa che mi fa capire il tempo, la stagione, il periodo storico della vicenda; nella foto, la domanda “Chi?” rimanda al soggetto, che deve essere chiaro e differenziarsi dallo sfondo; il “dove”, nella foto,richiama l’ambiente, il paesaggio; la domanda “Cosa?” si riferisce all’evento, a cosa è successo e che sto raccontando e infine, il “perché”, è un po’ difficile con la foto, è il senso della foto, il suo messaggio.
Una storia con una foto: “I fotografi fotografati”
Quando si decide di fare una foto, vanno inseriti gli elementi che vogliamo valorizzare e ci devono essere gli elementi che ti permettono di capire cosa sta succedendo.
Una storia con una foto: “Il Bibliotegatto” di Camilla GiromettaUna storia con una foto: “Il Gattimperatore” di Francesco Magistrali
D: Una difficoltà da superare per fare fotografie
R: Nella fotografia serve sempre un contatto umano. Se ho disagio nel fotografare, mi nascondo dietro alla macchina. Il soggetto vede questo come un rifiuto quindi non si instaura un contatto. Il contatto deve trasmettere sicurezza, altrimenti tutti sono a disagio. Fare foto alle persone può trasmettere disagio e quindi ci serve equilibrio.
D: Quali sono le caratteristiche del ritratto fotografico?
R: Fare un ritratto fotografico significa creare un’immagine che racconta una persona.
Il ritratto è consapevole. Se si fa un ritratto deve essere chiaro a chi guarda che la persona fotografata ha posato per il ritratto.
Preferisco che il soggetto guardi in macchina, così si è certi che è un ritratto. La gente si fa fotografare per egocentrismo, per ricordare un momento particolare, per molti motivi e sta alla sensibilità del fotografo metterla a proprio agio e a cogliere gli aspetti del soggetto che possono valorizzarlo.
Una storia con una foto: “La neve di fiori” di Rachele Bertoni
D: Il fotoritocco: un bene o un male per la fotografia?
R: Siccome lo strumento che usiamo non è perfetto ma limitato, sono ammessi i miglioramenti tecnici dello strumento: se il ritocco aggiunge elementi che lo strumento tecnico non può cogliere, quello non è ritocco.
Il problema è quando, oggi, molta gente “toglie” elementi, cambia il senso delle cose, falsa la realtà e perfino l’età… questo è un problema.
Una storia con una foto: “Un’amicizia che non si scioglierà mai” di Carlotta Liberali
D: Ci segnali qualche fotografo da tenere d’occhio.
R: Franco Fontana e Luigi Ghirri, che fotografano paesaggi ma in modo molto diverso e che potete confrontare e, se volete vedere i lavori di un grande comunicatore e creativo, guardate le opere di Oliviero Toscani. Abbiamo ringraziato Massimo Bersani per la disponibilità, speriamo di poterlo incontrare di nuovo presto per nuovi spunti e suggerimenti!
Nella nostra classe, la prima A, abbiamo letto un libro “In una notte di temporale” dell’autore giapponese Yuichi Kimura. E’ un piccolo libro, breve, che racconta una favola che ha come protagonisti una capra e un lupo che, durante una buia notte di temporale, si rifugiano entrambi in una capanna, al buio. Non si vedono in faccia e quindi non pensano di essere tanto diversi; iniziano a conversare e, pensando di avere vicino a se’ un proprio simile, scoprono che hanno tante cose in comune. Finito il temporale, decidono che devono rivedersi e si danno appuntamento nello stesso luogo il giorno dopo, alla luce del giorno. Si riconosceranno dalla parola d’ordine “In una notte di temporale”. A questo punto il libro si interrompe e lascia a noi lettori immaginare cosa potrebbe essere successo la mattina dopo tra il lupo e la capra. Saranno riusciti a superare i pregiudizi e le differenze e a ricordare tutte le cose che hanno in comune? Abbiamo provato a immaginare un finale per questa storia…
La mattina dopo, a mezzogiorno preciso, una piccola capretta si recò nella piana sperduta vicino alla capanna dove si era rifugiata la notte precedente. Mentre ripensava all’avventura passata, si avvicinò alla capanna ma una folata di vento fece cadere qualcosa dal tetto. Era un barattolo di vernice nera: la povera capra si imbrattò tutta di nero. La capra si accorse che qualcosa le era caduta sulla testa ma non di essersi dipinta di nero. Nel frattempo, il lupo, un po’ ritardatario, stava andando all’appuntamento e sulla strada incontrò un mulino. Un sacco di farina, a causa del vento, si aprì e creò una fitta nebbia che avvolse il lupo. Questo, pensando che fosse solo nebbia passeggera, la attraversò e non si accorse che era diventato bianco. Arrivato al punto di incontro vide la capra e pensò: ”Wow, che lupo dal magnifico mantello! Peccato che sia un po’ bassottino”. E la capra, quando vide il lupo pensò: ”Che fantastica capra! Alta e slanciata, peccato che non abbia le corna e quel muso lungo…” “Ciao”, disse il lupo “Buongiorno”, disse la capra. “Andiamo in cerca di cibo?” propose il lupo. “Certo”, rispose la capra. “Qui c’è poca erba secca, le capre la preferiscono verde e fresca”. Il lupo pensò: ”Intelligente, le capre preferiscono l’erba brillante così ne troveremo una e ci faremo una bella scorpacciata!” Cammina, cammina videro un’enorme cascata. “Ti va di giocare a chi arriva primo all’altra parte?” chiese il lupo. “Certo” rispose la capra. Tracciarono la linea di partenza: “3,2,1 …” disse la capra: “Via!” urlò il lupo slanciandosi sotto la cascata.
Quando arrivarono alla riva, il lupo e la capretta si guardarono e fu per loro una grande sorpresa: alla capretta si era lavata via la vernice e al lupo la farina era sparita. La capretta iniziò a correre ma il lupo le disse: “Capra, fermati, non ti mangerò, ho capito che abbiamo tante cose in comune, magari questa amicizia può funzionare!” La capra rispose: “Se vuoi che accetti questa amicizia, tu dovrai smettere di mangiare carne di capra!” Il lupo non era d’accordo con la capra e disse: “Allora cosa mangerò?” La capra raccolse una fragola e disse al lupo di provarla. Il lupo, svogliato, assaggiò la fragola e scoprì la sua bontà. Da allora, il lupo ebbe una nuova amica e una nuova dieta!
Oggi intervisteremo la prof. Ceruti, che progetta da tanti anni le attività finanziate dal fondo europeo Erasmus +. Ha visitato tante scuole europee e ha una grande esperienza nella realizzazione di viaggi per alunni e insegnanti. La prof.ssa Ceruti insegna inglese nella nostra scuola e, vista la sua materia, ho pensato di realizzare un’intervista… in inglese. Buona lettura!
-Si definisca con 3 aggettivi/define yourself with 3 adjectives
– First of all, hello everybody! Then, this is a difficult question, but I’ll go for positive things. Using only single words, I’d probably say I’m ‘optimistic’, then maybe ‘patient’ (my students might disagree here, but imagine if I weren’t …) and as a last one I’d say ‘independent’: I think I work well with people but I really enjoy doing things by myself, like for example long journeys on trains and planes.
La prof. Ceruti ad Amsterdam, in visita alla scuola frequentata da Anne Frank
-Una cosa che la rende felice/one thing that makes you happy
– Little things make me happy, like playing with my cat, reading a book or sitting quietly in a natural environment. But one thing that really makes me happy is reaching a destination, be it a real journey or the end of a fulfilling project.
-Cosa pensava di fare quando era piccola/what did you think you were going to do when you were a child
– When I was at school I wanted to do something scientific, like being an engineer, or something to do with the language, like being a journalist. I’ve ended up being a language teacher, and that’s OK.
-Perché ha scelto di partecipare al progetto Erasmus/why you chose to participate in the Erasmus project
– Because I love languages and I love teaching, and because I think that such experiences can really help students, even very young ones, become more independent, open their mind, grow up and be better citizens in future. They say Erasmus opens your mind and changes your life, and I think it’s true.
In Bulgaria, a Sofia, durante uno scambio del progetto “Journeys for peace”
-Ha mai partecipato al progetto Erasmus da studentessa/have you ever participated in the Erasmus project as a student
– Yes, I have, but I was already a ‘mature’ student. In fact when I was at University in the 1980s such programmes didn’t exist, but then I had the opportunity to spend an Erasmus period in Leiden, the Netherlands, when I was studying for my doctoral research at the University of Pavia in 2010. A wonderful experience.
–Quali differenze ha trovato nelle varie scuole che ha visitato durante i suoi viaggi e quale modello scolastico la convince di più/which differences have you found in the various schools you have seen during your travels and which school model convinces you the most
– It would take too many pages to answer this question. The first and most important thing is that you meet people first of all. And some of them are good friends now. As for school systems, I’ve found lots of differences in timetabling, curricula, relationships with students, teaching approaches, building structures, etc. and each different school system has its own very positive and desirable aspects. Unfortunately these aspects can’t simply be transferred to our context, and that’s a pity. I love schools where there is a lot of space, like in many Northern countries, or where students can do a lot of practical activities, have access to technology, experience gender-equality in their project activities or work comfortably in mixed or open groups. But there is something good in our system, too. For example, all the foreign teachers who have visited us over the years have always appreciated the work we try to do to integrate students with special needs or students with different cultural backgrounds. This is not always taken for granted in other countries and it’s nice to know that you can contribute to raising awareness about inclusion. That’s a little step to make the world a better place.
In visita al campo di concentramento di Terezin, presso Praga
-Quanti viaggi ha fatto/How many times have you travelled
– I honestly don’t remember. At the time of my first Erasmus trip in Galicia (Spain) in 1997, this European programme wasn’t even called Erasmus. It was called Socrates, then Comenius, after that’s LLP and finally Erasmus+. Since then I’ve visited Finland, Austria, Spain, the UK, Turkey, Bulgaria, Norway, Germany, Latvia, Slovenia, the Czech Republic, the Netherlands. I think more than forty trips in total, some with students, some with colleagues and some by myself. All of them beautiful and meaningful.
-Qual’e quello che ricorda con più piacere/Which one do you remember with more pleasure
– Again, this is a difficult question to answer. I remember the first trip to Finland in winter in 2007, it was such a different world. Or taking part in the Nobel Peace prize torch march in Oslo in 2019, that was very emotional. Or flying in a hot-air balloon in Cappadocia, in Turkey in 2015, simply breath-taking. But all trips had something important to take home and share.
-Il piatto inglese che le piace di più/ which is the british dish you like the most
– I’m a big fan of British cuisine, to be honest, but cream tea with scones and jam is really worth a try!
-Frase inglese preferita/favorite English phrase
– There are actually two catch phrases which I like a lot, and they’re not typically British English. One is ‘thanks a million’ and I first heard it in Ireland. The other one is ‘no worries’ which – I think – is more typically Australian. Then there’s the lovely -eh ending, which Canadian speakers add to their sentences, like in ‘That’s good-eh’! So, thank you-eh! Keep studying languages and … stay Erasmus!
All’inizio dell’anno scolastico, le classi seconde sono andate al Parco Avventura di Salice Terme in provincia di Pavia per un’uscita didattica. Siamo partiti alle 8 con i prof. Massarini, Lupetto, Bassi e Rossi; con il pullman e ci abbiamo messo circa 45 minuti ad arrivare. Una volta là, ci hanno accolti e ci siamo sistemati in un’area con dei tavoli; quindi abbiamo indossato le imbracature. Ci siamo divisi in classi e ci hanno spiegato come salire e scendere dai percorsi con l’imbracatura e i moschettoni in sicurezza. I percorsi variavano a seconda della difficoltà: da carrucole a reti su cui appendersi, da scalette a fili su cui stare in equilibrio; quello più difficile consisteva nel salire su un albero alto 16 metri tramite delle rientranze e suonare una campanella. Io non ci sono riuscita perché tremavo tutta.
Non ho provato tutti i percorsi, perché soffro di vertigini e avevo paura di cadere, però, su quelli che ho fatto, mi sono divertita molto; soprattutto sulla carrucola. In realtà, mentre tornavo a casa, pensavo che avrei potuto salire anche su quelli più alti perchè tanto eravamo in sicurezza legati con i moschettoni…
Verso le 12:30 ci siamo tolti le imbracature e abbiamo pranzato al sacco nell’area a noi dedicata.
Quindi, siamo andati in un campo a giocare. Lo staff aveva organizzato la corsa con i sacchi e ruba bandiera. Poi ci siamo divisi e abbiamo giocato a pallavolo, qualcuno a calcio e qualcuno si è riposato. La giornata è passata molto in fretta e alle 16 eravamo già partiti per ritornare a casa.
Mi sono divertita molto e spero di ritornarci. Credo che l’esperienza sia stata molto utile per migliorare il clima della classe, soprattutto perché non ci vedevamo da un’estate. Credo anche che, essendo andati con un’altra classe, sia stato utile anche per socializzare anche con altri ragazzi che non conoscevamo.
di Carlotta Liberali, Rachele Bertoni, Carolina Rebecchi
23/3/2023
Noi ragazze di prima A siamo sempre state affascinate da luoghi lontani rispetto l’Italia ed, in particolare, ci ha sempre colpito il Giappone. Ci siamo sempre fatte molte domande su questo lontano stato e sui suoi abitanti e quindi, quando abbiamo scoperto di avere una professoressa che viene proprio dal Giappone, non ci siamo lasciate sfuggire l’occasione. Abbiamo chiesto di rispondere alle nostre domande alla prof. Kakimoto Takako, che ha accettato molto gentilmente. Se volete dunque scoprire gusti, passioni passatempi di una persona giapponese, potete leggere la nostra intervista!
D: Per noi lei è molto disponibile e aperta a tutti, come vede dal suo punto di vista i ragazzi?
R: Alcune volte fin troppo vivaci, ma molto socievoli e affettuosi.
D: Il suo nome ha un significato particolare?
R: Per spiegarvi il significato del mio nome vi devo dire che noi giapponesi usiamo tre tipi di caratteri: hiragana, katakana e kannji. I primi due si leggono come l’italiano, ci sono 46 sillabe più 58 variabili; il kannji invece, utilizza gli ideogrammi per cui ogni lettera ha un significato. Pensate che in giapponese ci sono più di 50.000 ideogrammi! Di cui 3.000 di uso comune! Il mio nome in ideogrammi significa “bambina preziosa”.
Il nome della prof.ssa Takako Kakimoto in ideogrammi
D: Qual è la sua città di origine?
R: Vengo dal sud di Nagasaki. È la città più orientale del Giappone.
D: Perché è venuta in Italia?
R: Sono venuta in Italia per studiare canto lirico.
D: Quali sono gli aspetti della cultura italiana che non sono presenti in Giappone e viceversa?
R: La cultura italiana è più libera e flessibile di quella giapponese. I giapponesi, infatti, sono molto precisi e se non ci sono regole vanno in confusione!
D: Secondo lei quali sono le caratteristiche di un bravo insegnante?
R: Passione e serenità.
D: Cosa le piace fare nel tempo libero?
R: Cantare e suonare il pianoforte.
D: Da piccola, cosa aveva in mente da fare da grande?
R: Alle elementari volevo diventare pianista e quando avevo la vostra età insegnante di musica. Questo perché, in passato, ho conosciuto degli insegnanti di musica e ammiravo la loro organizzazione, così volevo diventare come loro.
D: Qual è il suo piatto giapponese preferito?
R: È il sushi con il pesce crudo e fresco.
Grazie professoressa, o per meglio dire: “Arigatō”!
Si avvicina la “Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle Vittime Innocenti delle mafie”, che si celebra il 21 marzo e noi vogliamo proporvi una riflessione a partire da uno dei più famosi libri italiani per ragazzi che parlano della lotta alla mafia “Per questo mi chiamo Giovanni”.
Lorenzo, un nostro compagno, dopo aver letto il libro, ha scritto le sue riflessioni, che vi proponiamo.
Giovanni, il protagonista del libro, è un ragazzino che vive a Palermo e frequenta la scuola primaria. Suo padre, per il suo decimo compleanno, gli fa un regalo speciale: una giornata da trascorrere insieme. Lo scopo del padre non è far saltare un giorno di scuola al figlio, ma raccontargli chi è Giovanni Falcone, cosa ha fatto e perché per quel figlio hanno scelto proprio quel nome. Questo libro mi è piaciuto moltissimo perché è scritto in modo semplice e riesce a spiegare bene e con esempi pratici di vita reale cosa è la mafia. Ho capito che quest’ultima sembra una cosa lontana invece è “vicina” a noi in tante forme, ne sono un esempio gli episodi di bullismo. Questo libro incoraggia a non nascondere le cose sbagliate che ogni giorno viviamo, a non tacere e a non “mettere la testa sotto la sabbia” come lo struzzo, dicendo “tanto a me non riguarda, io non c’entro”. Il padre racconta di Giovanni Falcone perché ha capito che nella scuola frequentata dal figlio ed in particolare nella sua classe c’è qualcosa che non va: c’è un ragazzino, Tonio, che è un bullo. Spera che, capendo l’impegno che Giovanni Falcone ha messo nel suo lavoro e il perché lo ha fatto, anche suo figlio Giovanni possa capire come risolvere la situazione. Una cosa che mi ha colpito molto è come i compagni di classe di Giovanni ed anche lui stesso, prima del cambiamento, decidano di tacere per paura che Tonio possa fare loro qualcosa di male: anche questa è in un certo senso una forma di mafia perché l’omertà, cioè il tacere e il non raccontare una cosa brutta per paura, è proteggere il bullo e far diventare una cosa sbagliata un’abitudine. In questo caso l’azione sbagliata non viene più percepita come tale perché a furia di farla diventa una routine, ci si abitua a farla e questo non è giusto. Giovanni capisce questo anche ascoltando il racconto diretto di quello che è successo al padre ed il perché la sua scimmietta di peluche ha le zampe bruciate. Dopo il racconto del padre, sa come reagire di fronte a Tonio, sa cosa è giusto fare: così affronta il bullo. Secondo me ha fatto la cosa giusta perché ogni giorno possiamo trovarci a vivere una situazione del genere ed è giusto ribellarsi ai soprusi.
di Bertoni Rachele, Bocenti Stefano e Gentili Damiano
13/3/2023
Il libro è formato da un insieme di racconti tratti dai pensieri di un ragazzo di nome Peter Fortune che ama “sognare ad occhi aperti”. In ogni racconto, Peter vive un’avventura immaginaria, creata dalla sua mente. Vive insieme alla sua famiglia ma gli adulti lo considerano un bambino difficile perché appare silenzioso e ama starsene per conto suo a fantasticare.
Una delle avventure più belle del libro è intitolate “Il gatto”. In questa storia accade un fatto incredibile: l’anima di Peter si scambia con l’anima del suo gatto William e vive per un giorno nella sua pelle.
Questo libro non è del tutto nuovo per noi, infatti, essendo molto famoso, ne avevamo già letti alcuni brani. Ci siamo ritrovati in Peter perché anche a noi piace immaginare storie di fantasia: anche se alcuni adulti la giudicano un’attività infantile, è un modo per sfuggire alla noia. Proponiamo la lettura di questo libro a chi dice di non pensare mai a nulla, di non fantasticare mai. E’ infatti un libro adatto a tutti, anche agli adulti, che dovrebbero leggerlo perché imparerebbero a capire meglio il punto di vista di noi ragazzi che, a volte, ci sentiamo non capiti da loro.
Come già da numerosi anni, insieme all’associazione Libera, la nostra scuola celebra la Giornata della Memoria e dell’Impegno per ricordare le vittime innocenti delle mafie con la lettura dei nomi delle vittime stesse. La celebrazione si svolgerà il giorno 22/3 presso l’angolo della legalità della nostra biblioteca e presso il nostro giardino interno, dove i ragazzi di terza hanno allestito “Il giardino della Memoria e Impegno”.